In ogni inizio

Jedem Anfang wohnt ein Zauber inne, scriveva Hesse: in ogni inizio si nasconde una magia. Così l’intera Colonia Penale si è trasferita su una nuova piattaforma per iniziare un nuovo percorso, e chissà che il puro e semplice cambiamento non serva a diradare la nebbia, ad aumentare la luce di questo autunno, insopportabile come tutti gli autunni.

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Lo schifo

Per motivi che dirò subito, posso solo dare un piccolo contributo alla geografia dello schifo: e più in particolare alla distinzione, che a me pare necessaria in fase definitoria, tra lo schifo propriamente detto e la sensazione sgradevole. Non è ovviamente solo una questione di quantità della sgradevolezza, ma c’è una profonda alterità ontologica: lo schifo non è una sensazione spiacevole piuttosto intensa, ma un rivolgimento interiore che respinge brutalmente un contatto, o l’idea di un contatto, con la cosa sporca. Quando si dice che lo schifo è la più queer tra le sensazioni io intendo questa affermazione nel senso che lo schifo disegna il queer come un mezzo di contrasto in una lastra disegna il tumore: per sottrazione, come un minus di immagine, perché là dove c’è lo schifo vuol dire che il queer non è ancora dominante. Diciamo allora più propriamente non che lo schifo è la sensazione più queer fra tutte, ma che è quella che rivela il queer o la sua mancanza meglio di ogni altra, perché è il suo antipodo emotivo più violento.
Ora, vorrei porre questa domanda: come giudicare qualcuno per il quale lo schifo letteralmente non esiste, ma al massimo (proprio facendoci caso) prova una vaga sensazione di sgradevolezza? Dovremmo forse concludere, sulla base di quanto sopra, che si tratti di un queer integrale, per il quale il concetto stesso di sporco ha perso la sua natura categoriale? E non sto parlando di una assuefazione acquisita, che avrebbe il sapore di un laido cinismo da abitudine, ma qualcosa di coessenziale, congenito, del tutto naturale; un individuo che fin da bambino ha osservato con stupore le reazioni violente degli adulti di fronte a insetti “schifosi”, a contatti immondi, alle perversioni dell’organico; e che tuttora legge con meraviglia degli orrori destati dal corpo umano normale o malato e dalle sue secrezioni in certi individui particolarmente sensibili (ad esempio, in Ceronetti). Per quanto mi riguarda, posso provare una sensazione sgradevole entrando in una stanza in cui sia fortissimo l’odore delle feci, o anche assistendo a un’autopsia; ma lo schifo comunemente inteso è una cosa completamente diversa, mi sembra. La morte, la malattia, la corruzione della carne, qualunque tipo di liquido organico in qualunque condizione, fuori o dentro il corpo, qualunque contatto fra uomini, animali o cose: tutto ciò può suscitarmi al massimo una sensazione sgradevole (nel caso, ad esempio, in cui mi trovassi uno scarafaggio nei pantaloni) oppure, semmai, di pericolo (qualora nei pantaloni mi ritrovassi un cobra o una scolopendra). Non di schifo, però.
Però, a pensarci bene, sensazioni di schifo ne ho anch’io (altrimenti come farei a capire quando la gente li ha, o anche a escludere di averli io stesso in quelle condizioni?). Tuttavia, la condizione di sporcizia non è sufficiente; ma è necessario che ad essa si sovrapponga una prevaricazione violenta, l’esercizio di un potere stupido e/o disgustoso, che obbliga altri a subire la sporcizia e/o la sofferenza o la morte. L’idea stessa della pena di morte suscita in me uno schifo insormontabile, una ripugnanza immediata, istintiva e invincibile. Quando qualche anno fa tutte le televisioni del mondo replicarono il filmato dell’impiccagione di Saddam Hussein, io non sono riuscito a superare i primi fotogrammi, e ho spento d’impulso il televisore, assalito dalla voglia di vomitare, e quei pochi fotogrammi li ho sognati di notte in notte. Capisco fino in fondo a ogni fibra l’affermazione di Thomas Mann, il quale sosteneva che avrebbe considerato l’assistere a un’esecuzione capitale una macchia incancellabile sulla propria onorabilità. Tutto ciò evoca in me una sensazione di sporco, di contaminazione in chi osserva, che prescinde del tutto dalla partecipazione stessa a un gesto così ripugnante: vedere, è già sporcarsi in maniera irreparabile. (Sia detto per inciso, anche se è piuttosto ovvio: lo schifo è proporzionalmente maggiore se la violenza colpisce un soggetto debole.)
E così, per fare un altro esempio, non provo nessuno schifo nell’osservare un malato di mente che mangia le proprie feci: è uno spettacolo sgradevole, ma non propriamente schifoso. Invece, ho provato profonda ripugnanza e schifo vero e proprio nel vedere una scena analoga del Salò pasoliniano, dove la coprofagia era una forma di tortura e prevaricazione dell’uomo sull’uomo. (Si può estendere questo ragionamento alla prevaricazione dell’uomo sull’animale: la sporcizia del mattatoio è, propriamente, schifosa, anche per chi, come me, inconsequenzialmente non è vegetariano. Per esempio, ricordo una terribile scena di Un anno con tredici lune di Fassbinder.)
Quindi, data questa descrizione, come definire un individuo con tali reazioni? Un queer integrale? Un queer etico? Un benpensante inconsapevole? Un filisteo indurito dall’abitudine? Oppure, forse, uno che per definire la propria vuotezza si aggrappa almeno a questo, “io non prevarico“?

Chiodo scaccia chiodo

(Come già accadeva con Serena, anche Dorabella si lamenta se devo andare a lavorare.)

Io: Dora, dammi un bacetto, che vado a lavorare, sono di turno stanotte.
Dorabella (lagnosa): Nooo, papino!
Io (con prontezza): Beh, pensa però che se io lavoro, stanotte tu potrai dormire tutta la notte nel letto di mamma al mio posto. La mamma per stanotte è tutta tua.
(Dora resta per un po’ sovrappensiero, con la lagna sospesa. Poi, come se io non la vedessi, lancia il pugno in alto come un eroe dei cartoni ed esclama:)
Dorabella: Evvai!

(Come ogni anno, si parte domani per la Costa Bruzia, alla ricerca di sole, mare e silenzio. Possa colei o colui che passa di qui ritrovare la pace interiore.)

Pura luce

Così giunsi ai giorni della Resistenza
senza saperne nulla se non lo stile:
fu stile tutta luce, memorabile coscienza
di sole. Non poté mai sfiorire,
neanche per un istante, neanche quando
l'Europa tremò nella più morta vigilia.
Fuggimmo con le masserizie su un carro
da Casarsa a un villaggio perduto
tra rogge e viti: ed era pura luce.
Mio fratello partì, in un mattino muto
di marzo, su un treno, clandestino,
la pistola in un libro: ed era pura luce.
Visse a lungo sui monti, che albeggiavano
quasi paradisiaci nel tetro azzurrino
del piano friulano: ed era pura luce.
Nella soffitta del casolare mia madre
guardava sempre perdutamente quei monti,
già conscia del destino: ed era pura luce.
Coi pochi contadini intorno
vivevo una gloriosa vita di perseguitato
dagli atroci editti: ed era pura luce.
Venne il giorno della morte
e della libertà, il mondo martoriato
si riconobbe nuovo nella luce…

Quella luce era speranza di giustizia:
non sapevo quale: la Giustizia.
La luce è sempre uguale ad altra luce.
Poi variò: da luce diventò incerta alba,
un'alba che cresceva, si allargava
sopra i campi friulani, sulle rogge..
Illuminava i braccianti che lottavano.
Così l'alba nascente fu una luce
fuori dall'eternità dello stile…
Nella storia la giustizia fu coscienza
d'una umana divisione di ricchezza,
e la speranza ebbe nuova luce. 

[Pier Paolo Pasolini]

La collaborazione domestica

(Io impegnato al computer, Angela nell’altra stanza che, come suo costume, sposta mobili.)
Angela (dall’altra stanza): Mauro! Puoi andare a svuotare l’auto, che devo riempirla di pacchi?
Io (concentrato): Va bene, ora vado.
Angela (come sopra, dopo un po’): Allora, puoi andare a svuotare l’auto?
Io (come sopra): Sì, d’accordo, vado subito.
(Passa un po’ di tempo. Infine sulla porta del mio studio compare Dorabella.)
Dorabella: Papà! Ha detto la mamma se vai giù a svuotare l’auto!
Io: Senti, vai dalla mamma e digli che papà ha fatto così. (Sbuffo rumorosamente, scrollando le mani in segno di insofferenza). Mi raccomando, eh, rifallo uguale!
(Dorabella mi guarda corrucciata. Poi, avendo compreso ogni cosa, torna di là dalla mamma.)
Dorabella (nell’altra stanza): Ha detto papà che va bene.

L'avvelenamento del linguaggio

Victor Klemperer, cugino del celebre direttore d'orchestra Otto Klemperer e insigne linguista tedesco all'università di Dresda, negli anni del nazismo fu estromesso dalla possibilità di lavorare per le sue origini ebraiche. Nella solitudine e nella clandestinità esercitò l'unica opposizione che, da intellettuale, gli era consentita: annotò in un diario le singole modificazioni che l'ideologia nazista imponeva alla lingua tedesca, registrandone la perversione, la falsificazione, e anche la banalizzazione, e i frutti micidiali che questa politica linguistica produceva nel linguaggio ordinario, assai più di ogni ideologia esplicita o intervento repressivo. Così scriveva nel suo diario:
«No, l’influenza più profonda non è stata esercitata dai singoli discorsi, dai volantini, dai manifesti o dalle bandiere; non si è ottenuta con mezzi che richiedessero la collaborazione del pensiero cosciente, o di emozioni coscienti. Il nazismo ha permeato la carne e il sangue della gente attraverso singole parole, idiomi o strutture proposizionali imposte in milioni di ripetizioni, e assorbite meccanicamente nell’inconscio. La lingua non si limita a scrivere e pensare al posto mio, ma sempre più detta anche le mie emozioni, e tanto più governa il mio intero essere spirituale quanto più mi abbandono ad essa senza fare domande e senza accorgermene. E cosa avviene se questa lingua così modificata è costituita di elementi velenosi? Le parole possono essere come piccole dosi di arsenico: vengono inghiottite senza sintomi apparenti, dapprima non hanno nessuna conseguenza, ma alla fine l’effetto si manifesta tutto insieme.
Il Terzo Reich non ha creato molte nuove parole, anzi probabilmente non ne ha creata nessuna. Ma ha cambiato il valore delle parole, e il numero delle loro occorrenze nel linguaggio, ha reso proprietà comune ciò che prima era possesso privato di un individuo o di un piccolo gruppo, oppure ha requisito per il partito ciò che prima era di comune appartenenza; e nel frattempo ha impregnato le parole, i gruppi di parole, la struttura stessa delle frasi con il suo veleno».

Incontri con i grandi: Borges

In vacanza in un paese di lingua spagnola, vedo un gruppo di persone che chiacchierano molto confidenzialmente con un vecchio, e io so che quel vecchio è Borges; rifletto che quelle persone lo trattano così perché vivono vicino a lui da lunghissimo tempo, e quindi ne hanno in un certo senso il diritto. Quando mi passa accanto, mentre sto pensando che di certo ormai ha più di cent’anni, lo vedo altissimo, tanto che devo alzare lo sguardo per vedere i suoi occhi ciechi, e penso che è più alto di due metri; lo saluto con timidezza e cerco di dirgli quel che significa per me la sua letteratura. Lui sorride, e quando mi sente parlare italiano elogia questa lingua. Poi si volta verso un albero e mi fa notare la straordinaria bellezza di un cespuglio di petunie coloratissime; io ne rimango commosso, e mi chiedo se, al contrario di quel che so, Borges abbia forse un residuo visivo, dato che può apprezzarle con tanto entusiasmo. Più tardi, ritrovo Borges nella piazza del paese, seduto per terra, mentre lentamente si avvicina, al suono di una banda, un corteo cattolico molto pomposo, con la statua del santo che avanza oscillando, mentre attori riproducono, in testa al corteo, scene dalla Bibbia; ora per esempio c’è una lotta fra giganti, che si schiantano reciprocamente al suolo, finché compare un piccolo Davide che ha la meglio su uno di essi. Mentre il suolo vibra per i colpi dei giganti, cerco di vedere ancora Borges seduto nella piazza, ma l’aria è resa torbida dall’incenso proveniente dal turibolo del prete che guida il corteo; vorrei annusare l’incenso, ma non ci riesco, più che incenso è un pulviscolo inodore.