Vivian Maier, una tata con la macchina fotografica

vivianmaierNell’inverno del 2008, un’ottantenne qualsiasi, di nome Vivian Maier, passeggiava in un parco di Chicago, senza sapere che qualcuno la stava cercando. Una come tante: sempre sola per tutta la vita, aveva fatto per decenni la baby sitter, spendendo tutto il poco che guadagnava in viaggi e nel suo unico hobby, fare fotografie per la strada. Ora viveva di assistenza pubblica, e le migliaia di foto che aveva scattato in tutta la sua vita erano state messe all’asta insieme al container in cui erano accatastate, in pratica buttate via. A un tratto, mentre cammina, l’anziana signora scivola sul ghiaccio e batte la testa per terra: sembra una cosa da nulla; invece, come spesso accade agli anziani, in ospedale le sue condizioni peggiorano progressivamente, e la donna muore dopo mesi, il 21 aprile del 2009. Non avrebbe mai saputo che le sue foto erano finite in mano a John Maloof, il quale la stava cercando da tempo, e che venne a sapere di lei attraverso il necrologio che ne annunciava il decesso; le fotografie furono pubblicate e successivamente presentate in mostre in tutto il mondo, testimoni di un’artista di eccezionale potenza visiva, subito celebrata come una delle più grandi fotografe del secolo.

Vorrei ricordare qui la frase stupita di una signora di Praga, vissuta nel primo Novecento, che quando seppe della fama internazionale di Franz Kafka, praticamente suo vicino di casa, esclamò: “Come? Franz Kafka, il figlio di quello che vendeva passamanerie nell’Altstädter Ring, sarebbe uno scrittore del calibro di Goethe o Schiller? Non posso crederci.” Come ci insegna il Nuovo Testamento (“Non è costui il figlio del falegname?” Mt, 13.55), l’eccezionalità ci passa accanto, e nessuno può riconoscerla. Dovremmo sempre guardare gli sconosciuti con occhio sospettoso.

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Cogliendo funghi in agosto

schobert

La foresta di Saint-Germain-en-Laye si trova alla periferia nordoccidentale di Parigi. Lì, in una bella giornata di agosto del 1767, Johann Schobert, musicista grandissimo quanto oggi sconosciuto, che ha influenzato il giovane Mozart, passeggiava insieme alla sua famiglia, la servitù e un amico medico di chiara fama. Schobert, che amava molto i funghi, ne aveva raccolti un bel cestino; la compagnia si diresse quindi in una locanda lì vicino, a Marly, per farseli cucinare. Il cuoco, esaminati i funghi, dichiarò che erano velenosi e si rifiutò di prepararli; il medico lo trattò da ignorante sostenendo che invece erano buonissimi e del tutto innocui. Schobert e gli amici si trasferirono quindi in un’altra locanda al Bois de Boulogne, dove ugualmente i proprietari si rifiutarono di cucinare i funghi, sostenendo che erano velenosi: il medico, ben sicuro della sua scienza illuminista, ritenne che evidentemente si era diffusa una credenza superstiziosa relativa a quel genere di funghi, i quali erano invece perfettamente commestibili. Allora tutto il gruppo si trasferì a casa di Schobert, dove la fantesca, verso le undici di sera, preparò una deliziosa cenetta.

Li ritrovarono a mezzogiorno del giorno dopo, sdraiati sul pavimento in preda ad atroci dolori: morirono tutti, compresi la moglie e i bambini, e compreso anche il medico che “pretendeva di conoscere i funghi così bene” (Melchior von Grimm). Schobert aveva poco più di trent’anni.

Morire per la musica

Nella Parigi di Luigi XIV, i direttori d'orchestra non usavano la bacchetta, ma un lungo bastone che battevano sul pavimento per segnare il tempo. Il compositore preferito del Re Sole, Jean Baptiste Lully, nato in Toscana con il nome di Giovan Battista Lulli, dirigeva così la sua orchestra di violini in un giorno d'autunno del 1686; ma sbagliando leggermente la mira, con il bastone si colpì violentemente il piede, ammaccandosi l'alluce destro. Nulla però doveva trapelare, e Lully, pur dolorante, continuò a dirigere agitando il suo bastone con pomposa dignità. Dopo pochi giorni, l'alluce andò in gangrena; il medico di corte propose l'amputazione, ma Lully rifiutò sdegnosamente, non potendo sopportare l'idea di separarsi da una parte di sé, per quanto insignificante. La gangrena proseguì; a questo punto era necessario amputare il piede; proposta certo inaccessibile al grande Lully, la gloria musicale di Francia. Infine, quando la gangrena si estese ulteriormente alla gamba e alla coscia, Lully sarebbe stato ben disposto all'amputazione; ma ormai, ahimè, era troppo tardi.
Il 22 marzo 1687, Jean Baptiste Lully, luce della Francia, moriva di setticemia, fra il compianto della corte e del Re Sole in persona, cantando una sua aria, come un'improvvisa presa di coscienza: "Il faut mourir, pécheur. Il faut mourir".

Mordi la mela, Biancaneve

Alan Turing è stato un matematico inglese al quale si deve, sostanzialmente, la nascita del computer. Ma oltre a questo aveva molti interessi: giocava a scacchi; era un atleta di livello olimpionico; aveva dato un contributo decisivo alla resistenza della Gran Bretagna durante la seconda guerra mondiale grazie alla sua capacità di decrittare messaggi cifrati; e amava la favola di Biancaneve.
Nel 1952 ammise davanti alla polizia la propria omosessualità, affermando con semplicità che «non vedeva niente di male nelle proprie azioni». Il suo paese, che gli era debitore della sua attività durante la guerra, e che d’altronde egli onorava già con la propria ricerca scientifica, lo pose di fronte alla durissima scelta fra il carcere e la castrazione chimica. Turing scelse la seconda, ma la sera del 7 giugno 1954, dopo aver subito gli effetti collaterali del trattamento, preferì cospargere una rossa mela con il cianuro di potassio che utilizzava per sperimentare i primi, rudimentali processori. Dopo di ciò, la osservò, e con un sorriso prese ad addentarla.

La morte di Wittgenstein

Ludwig Wittgenstein muore per cancro alla prostata a 62 anni, nell’aprile del 1951, dopo una vita di privazioni rigorosamente autoimposte, riconosciuto da pochi, in una sequenza
apparentemente ininterrotta di sofferenza e miseria materiale. Con tutto ciò, le sue ultime parole sono: «Dite loro che ho avuto una vita meravigliosa» (Tell them I’ve had a wonderful life).
Ciò è in rapporto con l’abitudine all’inflessibilità e all’onestà intellettuale, oltre che naturalmente con la coscienza di avere messo qualcosa di importante al riparo dalla morte. In casi come questi, noi che veniamo dopo amiamo l’onestà di simili uomini non perché possiamo trarre vantaggio dalla debolezza che comporta in chi la professa (come è di solito il caso nell’elogio peloso dell’onestà), ma perché la persona onesta ci ha consentito di andare di un passo più vicini al vero; è dunque una gratitudine vera e in qualche modo pulita.

Ebreo per ebreo

Il comandante delle SS Karl Günther pensava di non essere così crudele con gli ebrei: in fin dei conti, ne teneva uno al suo servizio come dentista personale. Il suo collega Felix Landau, che pure nel suo Einsatzkommando di Lemberg non aveva esitato a fucilare migliaia di ebrei della Galizia, ne aveva tuttavia salvato uno, perché disegnava bene: in cambio, questi doveva dipingere le stanze dei suoi figli con immagini dalle fiabe dei fratelli Grimm. Un giorno del 1942 però Landau, pensando di ammazzare un ebreo qualsiasi, ammazzò il dentista personale di Günther. Quest’ultimo, infuriato, aspettò per strada l’ebreo pittore di Landau e lo uccise a colpi di pistola, dicendo al suo proprietario: «Tu hai ammazzato il mio ebreo, e io ho ammazzato il tuo» (Du tötetest meinen Juden – ich tötete deinen).
L’ebreo di Landau che così moriva era Bruno Schulz, geniale pittore e scrittore, uno dei primi traduttori di Kafka in polacco, autore di immaginifici disegni, di pirotecnici racconti e di un romanzo andato perduto per sempre, che aveva come titolo Il Messia.

Palpare Socrate che muore

Se si prescinde dall’incommensurabile vicenda del Calvario, il prototipo occidentale di una morte degna di memoria è certamente Socrate; per l’imperturbabilità con cui affronta la cicuta,  e per la serena certezza della propria immortalità. Tuttavia credo che per la gran parte dei lettori del Fedone la parte più viva del racconto non sia affatto l’argomentazione a favore dell’immortalità dell’anima, ma i dettagli concreti e orribili della morte che procede dal basso verso l’alto, quasi contraddicendo tutta la discussione precedente con la loro materialità morbosa e necrofila.
«Socrate camminava per la stanza; e quando disse che le gambe gli si appesantivano, si mise a giacere supino – giacché così gli raccomandava l’uomo; e intanto costui, l’uomo che gli aveva dato la pozione, lo andava toccando e a intervalli gli esaminava i piedi e le gambe; e poi, premendogli forte un piede, gli domandò se sentiva; ed egli rispose di no. E poi ancora gli premette le gambe; e così risalendo ci mostrava che si raffreddava e si irrigidiva. E continuava a toccarlo, e ci disse che quando si fosse giunti alla regione del cuore, allora se ne sarebbe andato» (Fedone, 117d-118).
Il boia, con il suo comportamento didattico, entra nella discussione sull’immortalità quasi senza saperlo, introducendo l’argomento medico e scientifico, rimasto implicito in Platone. Sarà Epicuro, quasi un secolo dopo la morte di Socrate, a identificare la morte con l’insensibile, proseguendo così sul piano teorico la lucida esposizione del boia.