Incontri con i grandi: Borges

In vacanza in un paese di lingua spagnola, vedo un gruppo di persone che chiacchierano molto confidenzialmente con un vecchio, e io so che quel vecchio è Borges; rifletto che quelle persone lo trattano così perché vivono vicino a lui da lunghissimo tempo, e quindi ne hanno in un certo senso il diritto. Quando mi passa accanto, mentre sto pensando che di certo ormai ha più di cent’anni, lo vedo altissimo, tanto che devo alzare lo sguardo per vedere i suoi occhi ciechi, e penso che è più alto di due metri; lo saluto con timidezza e cerco di dirgli quel che significa per me la sua letteratura. Lui sorride, e quando mi sente parlare italiano elogia questa lingua. Poi si volta verso un albero e mi fa notare la straordinaria bellezza di un cespuglio di petunie coloratissime; io ne rimango commosso, e mi chiedo se, al contrario di quel che so, Borges abbia forse un residuo visivo, dato che può apprezzarle con tanto entusiasmo. Più tardi, ritrovo Borges nella piazza del paese, seduto per terra, mentre lentamente si avvicina, al suono di una banda, un corteo cattolico molto pomposo, con la statua del santo che avanza oscillando, mentre attori riproducono, in testa al corteo, scene dalla Bibbia; ora per esempio c’è una lotta fra giganti, che si schiantano reciprocamente al suolo, finché compare un piccolo Davide che ha la meglio su uno di essi. Mentre il suolo vibra per i colpi dei giganti, cerco di vedere ancora Borges seduto nella piazza, ma l’aria è resa torbida dall’incenso proveniente dal turibolo del prete che guida il corteo; vorrei annusare l’incenso, ma non ci riesco, più che incenso è un pulviscolo inodore.

Annunci

Interpretazione rabbinica dei sogni

«Inoltre disse R. Johanàn: Tre sogni si avverano: il sogno del mattino, un sogno che un compagno ha fatto riguardo a un altro, e un sogno che trova la sua interpretazione nel sogno stesso» (bBerakot, 55b). A questo si riferisce Maimonide definendo la profezia come uso della metafora: «il profeta vede qualcosa sotto forma di metafora, e quindi talora spiega esplicitamente il senso di quella metafora in quella stessa ‘visione profetica’, così come un uomo ha un sogno e immagina in quel sogno di aver già ripreso coscienza e di raccontare il sogno a un altro, spiegandogliene il senso – e tutto questo accade in sogno. Questo è ciò che viene chiamato ‘un sogno interpretato nel sogno stesso’» (Moreh ha-nekuvim, 277, 15).

Una minuscola macchia sulla pelle

Anziché giocare su tutta la tastiera della memoria cosciente, lo stato onirico limita una sezione del ricordo deafferentandosi da tutto il resto; in compenso, verticalizza la propria capacità percettiva, raggiungendo di quel ricordo i particolari più lontani nel tempo, e rendendo evidente ai sensi la sua connotazione, fino alle più ramificate connessioni con l’inconscio. (Così, in sogno non riesco a ricordare una data che avrei immediatamente alla memoria nello stato cosciente, mentre rivedo la minuscola macchia sulla pelle che avevo fuggevolmente notato decenni prima).

Un’idea di Venezia

Mi trovavo a Venezia, su questo non c’era dubbio: ma intorno a me non c’era neppure una cosa che potesse ricordare la città turistica conosciuta dal mondo. Il sentimento più forte era quello della strettezza: le calli e i ponti si stringevano sempre più, moltiplicandosi in numero quanto più si rimpicciolivano in dimensioni, finché per muoversi bisognava, praticamente sempre, chinarsi fin quasi a terra, sfiorando l’acqua dei canali, appoggiando le mani al pavimento di pietra, infilandosi a fatica in piccoli passaggi nei muri. E tuttavia non c’era in questo alcun sentimento di claustrofobia, al contrario, come un senso di protezione e di sollievo: pensavo fra me e me: davvero Venezia è una città complessa, una città piena di angoli in cui nascondersi.

Nascere a La Spezia

«Nostalgia della città dove sei nato» descrive non un sentimento, ma una classe di sentimenti. Molto diverso è dire semplicemente «La Spezia». Il dialetto, i gesti, alcuni luoghi specifici; e anche ciascuna di queste cose è una classe, ma la loro intersezione alla fine definisce un oggetto solo, come nell’assioma di continuità di cui si parla in matematica. (Quell’uno, però, alla fine rischia di essere linguaggio privato; così in pochi, o forse nessuno, capiranno l’esperienza di sognare ogni notte qualche angolo di una città dove non si vive stabilmente da quasi trent’anni; un’esperienza onirica per me così frequente che quando, all’inverso, in quella città cammino davvero nella vita reale, mi sembra di camminare in un sogno.)

L’elicottero

Dopo un incidente stradale, eravamo rimasti prigionieri di una setta che pretendeva di essere organizzata gerarchicamente come uno stato, il quale era repressivo in forma estremistica. Conveniva assecondare sempre qualunque assurdità, perché ogni minima contraddizione poteva costare la vita, come avevamo sperimentato appena catturati. (L’ambientazione era in un gradevole paesaggio di montagna, con colori accesi e fantastici come in un film di Tim Burton). Molti episodi dimenticati in questo scenario; a un certo punto, di notte, passava vicinissimo alla montagna un gigantesco elicottero scuro, a luci spente, che lasciava nell’aria una specie di riflesso circolare. Nel caos notturno che ne seguiva avremmo potuto scappare, ma nessuno lo faceva.

Incontri con i grandi: Furtwängler

La notte dopo aver attraversato in auto il Brabante, che mi ha ricordato il Lohegrin, ho sognato che nella hall di un grande teatro vedevo a un tratto Furtwängler, impegnato in un angolo a chiacchierare con amici. Mi voltavo verso chi mi stava accanto, per dire con emozione: Guarda! E’ Furtwängler! (ricevendo come risposta un «chi?» privo di comprensione). La fronte alta e calva di Furtwängler era coperta di chiazze color caffelatte. Afferravo un piccolo cartoncino rettangolare su un tavolo lì vicino e preparavo la penna, per avere almeno un suo autografo; lui mi vedeva di sfuggita, e continuava a parlare, come per evitarmi. Quando finalmente era libero, mi accorgevo che intorno a me molti altri erano lì pronti con la penna, per avere anche loro un autografo; la mia speranza di un contatto personale con Furtwängler era dunque già svanita. In ogni caso, il grande direttore mi passava davanti velocemente, e scompariva subito sul fondo, senza degnarci né di una parola né di uno sguardo. (Quello stesso giorno, la sera, a Biel, alcuni particolari di questa scena onirica si sono ripetuti esattamente con Magnus Carlsen: la preparazione della penna, il cartoncino rettangolare che era davvero sul tavolo, l’emozione per un contatto individuale, che però nella realtà avveniva senza alcun problema).