Conosci te stesso

kafka

 

“Conosci te stesso” non significa: osservati. “Osservati” è la parola del serpente.

(23 ottobre 1917, KKANaSchr, 2, 42)

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Vivian Maier, una tata con la macchina fotografica

vivianmaierNell’inverno del 2008, un’ottantenne qualsiasi, di nome Vivian Maier, passeggiava in un parco di Chicago, senza sapere che qualcuno la stava cercando. Una come tante: sempre sola per tutta la vita, aveva fatto per decenni la baby sitter, spendendo tutto il poco che guadagnava in viaggi e nel suo unico hobby, fare fotografie per la strada. Ora viveva di assistenza pubblica, e le migliaia di foto che aveva scattato in tutta la sua vita erano state messe all’asta insieme al container in cui erano accatastate, in pratica buttate via. A un tratto, mentre cammina, l’anziana signora scivola sul ghiaccio e batte la testa per terra: sembra una cosa da nulla; invece, come spesso accade agli anziani, in ospedale le sue condizioni peggiorano progressivamente, e la donna muore dopo mesi, il 21 aprile del 2009. Non avrebbe mai saputo che le sue foto erano finite in mano a John Maloof, il quale la stava cercando da tempo, e che venne a sapere di lei attraverso il necrologio che ne annunciava il decesso; le fotografie furono pubblicate e successivamente presentate in mostre in tutto il mondo, testimoni di un’artista di eccezionale potenza visiva, subito celebrata come una delle più grandi fotografe del secolo.

Vorrei ricordare qui la frase stupita di una signora di Praga, vissuta nel primo Novecento, che quando seppe della fama internazionale di Franz Kafka, praticamente suo vicino di casa, esclamò: “Come? Franz Kafka, il figlio di quello che vendeva passamanerie nell’Altstädter Ring, sarebbe uno scrittore del calibro di Goethe o Schiller? Non posso crederci.” Come ci insegna il Nuovo Testamento (“Non è costui il figlio del falegname?” Mt, 13.55), l’eccezionalità ci passa accanto, e nessuno può riconoscerla. Dovremmo sempre guardare gli sconosciuti con occhio sospettoso.

Leggere in modo logico

Poiché ciò che in Kafka viene messo in scena è un conflitto fra logiche irriducibili, non potremo fare a meno di leggerlo in modo logico, mettendo alla prova ogni singolo passaggio narrativo per valutarne la coerenza argomentativa o l’apparente sconnessione: e da un punto di vista interpretativo, è proprio quest’ultima la più interessante, come dovrebbe essere ovvio. L’incoerenza diffusa del narrato infatti non è la manifestazione di un “assurdo” esistenziale, ma l’epifania di un sistema logico differente, in frizione con quello cui siamo abituati, ma del tutto coerente rispetto ai suoi propri assiomi. L’interprete dovrà allora esercitare il proprio discernimento logico per individuare le sconnessioni, e al contempo la sua sensibilità per il diverso, per riconoscerne l’intima giustificazione narrativa. Ne deriva così un metodo logico di lettura del testo, che consiste sostanzialmente nel prendere sul serio Kafka e ogni sua articolazione di scrittura: per un testo così denso di argomentazioni, è singolare che siano così pochi gli studi che esaminano la lettera di ciò che si dice, per valutare fino a che punto l’argomentazione sia coerente, e soprattutto, quando sembra non esserlo, perché ciò accada.

Su un sogno al cinema

Cosa c’è di realmente onirico nel sogno che inizia Il posto delle fragole? Non l’orologio senza lancette, né il doppio nel feretro: espedienti simbolici troppo elementari per essere realmente onirici. Il linguaggio del sogno è in scena invece quando la ruota del carro urta contro il lampione; e precisamente nel fatto che continua a urtare si sottolinea il suo carattere di atto mancato, la cui ripetizione ossessiva scandisce il crescere dell’angoscia. Qui opera realmente la condensazione, e nella caduta del feretro si attua l’abbassamento della convenzione sociale a inconveniente quotidiano, che è l’esito della concretezza di cui spesso il linguaggio onirico dà prova (caratteristica quest’ultima che è entrata in dose massiccia nel testo kafkiano).

Davanti alla vetrina di Casinelli

Davanti alla vetrina di Casinelli giravano due bambini, un maschietto di circa sei anni e una bambina di circa sette, vestiti da ricchi, e parlavano di Dio e del peccato. Io stavo in piedi dietro di loro. La bambina, forse cattolica, riteneva che vero peccato fosse solo il mentire a Dio. Il bambino, forse protestante, le chiedeva allora con infantile ostinazione cosa fossero il mentire agli uomini o il rubare. "Un grande peccato anch’essi" rispose la bambina, "ma non il più grande, solo i peccati contro Dio sono i più grandi, per quelli contro gli uomini abbiamo la confessione. Quando mi confesso, dietro di me torna subito l’angelo; se invece faccio un peccato dietro di me viene il diavolo, anche se non lo si vede". E stanca di quella mezza serietà, fece per scherzo una giravolta su se stessa e disse: "Vedi, dietro di me non c’è nessuno". Anche il bambino si girò allo stesso modo, e vide me. "Vedi," disse senza contare che dovevo sentirlo, o anche senza pensarci, "dietro di me c’è il diavolo". "Lo vedo anch’io," disse la bambina, "ma non intendevo quello".

Kafka, Diari, nota del 18.2.1920

Per amore

«I genitori non vogliono altro che trascinarti con sé laggiù in fondo, nel passato da cui si vorrebbe emergere per prendere fiato, naturalmente lo fanno per amore, ma proprio questa è la cosa più terribile.»

Kafka a Felice, 21 novembre 1912

Una lettera a Kafka

«Egregio Signore,
Lei mi ha reso infelice.
Ho acquistato la Sua Metamorfosi, e l’ho regalata a mia cugina. Lei però non riesce a capire il racconto.
Mia cugina l’ha data a sua madre, che non l’ha capito neppure lei.
Sua madre ha dato il libro alla mia altra cugina, e neppure quella lo ha capito.
Ora hanno scritto a me. Dovrei spiegar loro il racconto. Questo perché io sono il laureato della famiglia. Ma io non so che pesci prendere.
Signore! Per mesi e mesi ho lottato contro i russi nelle trincee, e senza battere ciglio. Ma che il mio buon nome presso le mie cugine vada in malora, questo non potrei sopportarlo.
Solo Lei può aiutarmi. Anzi, deve farlo: perché è Lei che mi ha cacciato in questo pasticcio. La prego dunque di dirmi in breve cosa deve pensare mia cugina della Sua Metamorfosi.
Con i più distinti saluti,
Dr. Siegfried Wolff, Berlin-Charlottenburg»

(Lettera autentica inviata a Franz Kafka il 10 aprile 1917)