Pura luce

Così giunsi ai giorni della Resistenza
senza saperne nulla se non lo stile:
fu stile tutta luce, memorabile coscienza
di sole. Non poté mai sfiorire,
neanche per un istante, neanche quando
l'Europa tremò nella più morta vigilia.
Fuggimmo con le masserizie su un carro
da Casarsa a un villaggio perduto
tra rogge e viti: ed era pura luce.
Mio fratello partì, in un mattino muto
di marzo, su un treno, clandestino,
la pistola in un libro: ed era pura luce.
Visse a lungo sui monti, che albeggiavano
quasi paradisiaci nel tetro azzurrino
del piano friulano: ed era pura luce.
Nella soffitta del casolare mia madre
guardava sempre perdutamente quei monti,
già conscia del destino: ed era pura luce.
Coi pochi contadini intorno
vivevo una gloriosa vita di perseguitato
dagli atroci editti: ed era pura luce.
Venne il giorno della morte
e della libertà, il mondo martoriato
si riconobbe nuovo nella luce…

Quella luce era speranza di giustizia:
non sapevo quale: la Giustizia.
La luce è sempre uguale ad altra luce.
Poi variò: da luce diventò incerta alba,
un'alba che cresceva, si allargava
sopra i campi friulani, sulle rogge..
Illuminava i braccianti che lottavano.
Così l'alba nascente fu una luce
fuori dall'eternità dello stile…
Nella storia la giustizia fu coscienza
d'una umana divisione di ricchezza,
e la speranza ebbe nuova luce. 

[Pier Paolo Pasolini]

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L'avvelenamento del linguaggio

Victor Klemperer, cugino del celebre direttore d'orchestra Otto Klemperer e insigne linguista tedesco all'università di Dresda, negli anni del nazismo fu estromesso dalla possibilità di lavorare per le sue origini ebraiche. Nella solitudine e nella clandestinità esercitò l'unica opposizione che, da intellettuale, gli era consentita: annotò in un diario le singole modificazioni che l'ideologia nazista imponeva alla lingua tedesca, registrandone la perversione, la falsificazione, e anche la banalizzazione, e i frutti micidiali che questa politica linguistica produceva nel linguaggio ordinario, assai più di ogni ideologia esplicita o intervento repressivo. Così scriveva nel suo diario:
«No, l’influenza più profonda non è stata esercitata dai singoli discorsi, dai volantini, dai manifesti o dalle bandiere; non si è ottenuta con mezzi che richiedessero la collaborazione del pensiero cosciente, o di emozioni coscienti. Il nazismo ha permeato la carne e il sangue della gente attraverso singole parole, idiomi o strutture proposizionali imposte in milioni di ripetizioni, e assorbite meccanicamente nell’inconscio. La lingua non si limita a scrivere e pensare al posto mio, ma sempre più detta anche le mie emozioni, e tanto più governa il mio intero essere spirituale quanto più mi abbandono ad essa senza fare domande e senza accorgermene. E cosa avviene se questa lingua così modificata è costituita di elementi velenosi? Le parole possono essere come piccole dosi di arsenico: vengono inghiottite senza sintomi apparenti, dapprima non hanno nessuna conseguenza, ma alla fine l’effetto si manifesta tutto insieme.
Il Terzo Reich non ha creato molte nuove parole, anzi probabilmente non ne ha creata nessuna. Ma ha cambiato il valore delle parole, e il numero delle loro occorrenze nel linguaggio, ha reso proprietà comune ciò che prima era possesso privato di un individuo o di un piccolo gruppo, oppure ha requisito per il partito ciò che prima era di comune appartenenza; e nel frattempo ha impregnato le parole, i gruppi di parole, la struttura stessa delle frasi con il suo veleno».

Come le gemme degli alberi

Quando io considero questo misterioso e miracoloso moto di popolo, questo volontario accorrere di gente umile, fino a quel giorno inerme e pacifica, che in una improvvisa illuminazione sentì che era giunto il momento di darsi alla macchia, di prendere il fucile, di ritrovarsi in montagna per combattere contro il terrore, mi vien fatto di pensare a certi inesplicabili ritmi della vita cosmica, ai segreti comandi celesti che regolano i fenomeni collettivi, come le gemme degli alberi che spuntano lo stesso giorno, come certe piante subacquee che in tutti i laghi di una regione alpina affiorano nello stesso giorno alla superficie per guardare il cielo primaverile, come le rondini di un continente che lo stesso giorno s'accorgono che è giunta l'ora di mettersi in viaggio. Era giunta l'ora di resistere; era giunta l'ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini.    (Piero Calamandrei)

Lo straniero

Qual è la radice profonda e, per le nature deboli, inestirpabile dell’odio verso lo straniero? In ciò che è straniero (in ogni straniero, ognuno rispetto all’altro) percepiamo un’ombra di estraneità radicale, simile all’estraneità che proviamo verso l’inorganico. E anche l’inquietudine che ne deriva ha la stessa natura di quella che nasce dalla confusione fra organico e inorganico (o anche: dal timore che ogni organico sia, in realtà, inorganico).

I calzini del giudice e la semiotica

Due istruttive conclusioni: 1. Quando la discrepanza fra ciò che si vede e ciò che si ascolta è totale, quel che dirige l’interpretazione è ciò che si ascolta; 2. tutti, senza eccezione, potremmo essere come minimo "stravaganti" per un giornalista deficiente e infame che ci pedina, il quale sia un volgare cameriere del suo padrone, e titolare di una dignità personale non superiore a quella di una vongola. (Con tutto il rispetto per le vongole.)

Nel giorno della Liberazione

«Non esiste argomento più mostruoso di questo, non c’è altro tema dietro al quale non si celi questo, e non c’è alcuna parete spessa abbastanza da impedirne la vista. E quantunque sia impossibile "rendere giustizia" (mi scuso per l’espressione) a ciò che è accaduto in quel luogo, gli rendiamo "giustizia" indirettamente, perché di qualunque cosa si parli, in un certo senso scivoliamo sempre lì e sottintendiamo quei fatti e approdiamo sempre a quel famoso toponimo. Tutte le strade portano ad Auschwitz» (Günther Anders, Discesa all’Ade, Bollati Boringhieri, Torino 2008, p. 97, grazie a Carmen).
Nessun intellettuale degno di questo nome che sia nato prima del 2000 può o potrà esimersi dal confronto con Auschwitz. Solo le mie figlie, forse, potranno per la prima volta considerarlo «storia».