Lo schifo

Per motivi che dirò subito, posso solo dare un piccolo contributo alla geografia dello schifo: e più in particolare alla distinzione, che a me pare necessaria in fase definitoria, tra lo schifo propriamente detto e la sensazione sgradevole. Non è ovviamente solo una questione di quantità della sgradevolezza, ma c’è una profonda alterità ontologica: lo schifo non è una sensazione spiacevole piuttosto intensa, ma un rivolgimento interiore che respinge brutalmente un contatto, o l’idea di un contatto, con la cosa sporca. Quando si dice che lo schifo è la più queer tra le sensazioni io intendo questa affermazione nel senso che lo schifo disegna il queer come un mezzo di contrasto in una lastra disegna il tumore: per sottrazione, come un minus di immagine, perché là dove c’è lo schifo vuol dire che il queer non è ancora dominante. Diciamo allora più propriamente non che lo schifo è la sensazione più queer fra tutte, ma che è quella che rivela il queer o la sua mancanza meglio di ogni altra, perché è il suo antipodo emotivo più violento.
Ora, vorrei porre questa domanda: come giudicare qualcuno per il quale lo schifo letteralmente non esiste, ma al massimo (proprio facendoci caso) prova una vaga sensazione di sgradevolezza? Dovremmo forse concludere, sulla base di quanto sopra, che si tratti di un queer integrale, per il quale il concetto stesso di sporco ha perso la sua natura categoriale? E non sto parlando di una assuefazione acquisita, che avrebbe il sapore di un laido cinismo da abitudine, ma qualcosa di coessenziale, congenito, del tutto naturale; un individuo che fin da bambino ha osservato con stupore le reazioni violente degli adulti di fronte a insetti “schifosi”, a contatti immondi, alle perversioni dell’organico; e che tuttora legge con meraviglia degli orrori destati dal corpo umano normale o malato e dalle sue secrezioni in certi individui particolarmente sensibili (ad esempio, in Ceronetti). Per quanto mi riguarda, posso provare una sensazione sgradevole entrando in una stanza in cui sia fortissimo l’odore delle feci, o anche assistendo a un’autopsia; ma lo schifo comunemente inteso è una cosa completamente diversa, mi sembra. La morte, la malattia, la corruzione della carne, qualunque tipo di liquido organico in qualunque condizione, fuori o dentro il corpo, qualunque contatto fra uomini, animali o cose: tutto ciò può suscitarmi al massimo una sensazione sgradevole (nel caso, ad esempio, in cui mi trovassi uno scarafaggio nei pantaloni) oppure, semmai, di pericolo (qualora nei pantaloni mi ritrovassi un cobra o una scolopendra). Non di schifo, però.
Però, a pensarci bene, sensazioni di schifo ne ho anch’io (altrimenti come farei a capire quando la gente li ha, o anche a escludere di averli io stesso in quelle condizioni?). Tuttavia, la condizione di sporcizia non è sufficiente; ma è necessario che ad essa si sovrapponga una prevaricazione violenta, l’esercizio di un potere stupido e/o disgustoso, che obbliga altri a subire la sporcizia e/o la sofferenza o la morte. L’idea stessa della pena di morte suscita in me uno schifo insormontabile, una ripugnanza immediata, istintiva e invincibile. Quando qualche anno fa tutte le televisioni del mondo replicarono il filmato dell’impiccagione di Saddam Hussein, io non sono riuscito a superare i primi fotogrammi, e ho spento d’impulso il televisore, assalito dalla voglia di vomitare, e quei pochi fotogrammi li ho sognati di notte in notte. Capisco fino in fondo a ogni fibra l’affermazione di Thomas Mann, il quale sosteneva che avrebbe considerato l’assistere a un’esecuzione capitale una macchia incancellabile sulla propria onorabilità. Tutto ciò evoca in me una sensazione di sporco, di contaminazione in chi osserva, che prescinde del tutto dalla partecipazione stessa a un gesto così ripugnante: vedere, è già sporcarsi in maniera irreparabile. (Sia detto per inciso, anche se è piuttosto ovvio: lo schifo è proporzionalmente maggiore se la violenza colpisce un soggetto debole.)
E così, per fare un altro esempio, non provo nessuno schifo nell’osservare un malato di mente che mangia le proprie feci: è uno spettacolo sgradevole, ma non propriamente schifoso. Invece, ho provato profonda ripugnanza e schifo vero e proprio nel vedere una scena analoga del Salò pasoliniano, dove la coprofagia era una forma di tortura e prevaricazione dell’uomo sull’uomo. (Si può estendere questo ragionamento alla prevaricazione dell’uomo sull’animale: la sporcizia del mattatoio è, propriamente, schifosa, anche per chi, come me, inconsequenzialmente non è vegetariano. Per esempio, ricordo una terribile scena di Un anno con tredici lune di Fassbinder.)
Quindi, data questa descrizione, come definire un individuo con tali reazioni? Un queer integrale? Un queer etico? Un benpensante inconsapevole? Un filisteo indurito dall’abitudine? Oppure, forse, uno che per definire la propria vuotezza si aggrappa almeno a questo, “io non prevarico“?

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