Lo straniero

Qual è la radice profonda e, per le nature deboli, inestirpabile dell’odio verso lo straniero? In ciò che è straniero (in ogni straniero, ognuno rispetto all’altro) percepiamo un’ombra di estraneità radicale, simile all’estraneità che proviamo verso l’inorganico. E anche l’inquietudine che ne deriva ha la stessa natura di quella che nasce dalla confusione fra organico e inorganico (o anche: dal timore che ogni organico sia, in realtà, inorganico).

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5 thoughts on “

  1. è davvero questo?
    Appadurai, nel raccontare degli scempi etnici, arla piuttosto di massacri, di smembramenti che contengono un’antinomia: dal lato ridurre il corpo a membra, e dunque la trasformazione dall’organico all’inorganico, dal corpo alla cosa; dall’altro la ricerca di una sostanza organica specifica – benché non definita – all’interno del corpo Altro, mediante la quale sottolineare la sua differenza malsana. un organico putrido, dunque.

  2. @ Flounder: grazie per il contributo. Non conoscevo questi studi, ma non mi sembra che contraddicano l’assunto del post, no? Nel senso che il diverso viene cercato sempre, comunque, in un corpo morto; in un corpo cioè che ora è *riconosciuto* come inorganico. Il perturbante – nel senso tecnico freudiano, era precisamente così nel Mago Sabbiolino di Hoffmann – nasce quando l’inorganico assume l’aspetto ingannevole dell’organico: Coppelia è un automa che inganna il protagonista fino a farlo innamorare. L’unico modo per superare il perturbante è squartare l’automa, renderlo riconoscibile come tale (in Hoffmann: dimostrare la paglia che imbottisce il corpo di Coppelia) in modo che non diventi più inquietante di un tavolino. "Cercare una sostanza organica specifica" diventa poi la giustificazione dell’inganno: ecco come mi ha potuto ingannare, aveva questo laido residuo di organicità, che io però ho scoperto e dimostrato.

  3. @ Isidoro: sono lusingato che, nella sua storia ormai quinquennale, questo blog abbia per la prima volta un commento musicale. Magari completato da qualche saltello di Isidora Duncan.

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