I calzini del giudice e la semiotica

Due istruttive conclusioni: 1. Quando la discrepanza fra ciò che si vede e ciò che si ascolta è totale, quel che dirige l’interpretazione è ciò che si ascolta; 2. tutti, senza eccezione, potremmo essere come minimo "stravaganti" per un giornalista deficiente e infame che ci pedina, il quale sia un volgare cameriere del suo padrone, e titolare di una dignità personale non superiore a quella di una vongola. (Con tutto il rispetto per le vongole.)

Annunci

8 thoughts on “

  1. Stefano Disegni nella sua strip sul Magazine del Corriere, ha disegnato i pennivendoli più famosi come tappetini che parlano tra di loro. Fede viene disegnato come tappetino dell’Ikea da 8 euro. Questi li avrebbe disegnati come la lanugine che si accumula sotto ai tappetini. Non saranno mai degli Enzo Biagi e le vongole lo sanno.

  2. Già, ma mi è parso che si sia passato il limite dell’umorismo, forse abbiamo sbagliato per troppi anni a ridere di emilio fede. Non è gente innocua, e bisogna chiamare le cose con il loro nome. E quando le si chiama con il loro nome, il risultato è una sequenza di insulti, che però non sono esagerazioni retoriche, ma la pura e semplice descrizione dei fatti. Ora basta, davvero, che si faccia qualcosa.

  3. abbiamo sbagliato su tutti i fronti, Mauro
    Noi gli ridevamo in faccia e quelli hanno preso aria.
    Abbiamo sottovalutato tante cose, e adesso abbiamo i Casapound che ci occupano gli edifici pubblici

  4. Non commento, mi limito a parafrasare:
    1. Tra la realtà e il linguaggio, ciò che prevale è sempre il linguaggio perché nessuna realtà può essere esperita, ricordata o comunicata se non attraverso il linguaggio.
    2. Tutti siamo come minimo stravaganti per tutti, e lo sappiamo anche, altrimenti non dedicheremmo tanti sforzi a cercare di passare per normali. Il fatto che *tutti* stiamo stravaganti e *tutti* cerchiamo di passare per normali fa della vita sociale una specie di perpetua corte dell’imperatore dove ciascuno spera che gli altri lo vedano vestito, e in cambio si impegna a non dire che li vede nudi.
    Vale come mio post?

  5. @utente anonimo:

    1. Questo è l’errore fondamentale: scambiare se stessi per la propria mente.
    Ricordare o comunicare la realtà necessita del linguaggio. Esperirla no.
    2. Verissimo. Reso meravigliosamente. Vedete che l’errore di fondo viene a galla?
    Finché ci si identifica con la propria mente, la propria identità non può essere che labile, transitoria, bisognosa, in ogni momento, di essere confermata.

    Ridere di Fede? ((So)ridiamone, ma che questo sia il frutto di una presa di coscienza dei nostri errori, e non una forma di giudizio.

  6.  Faccio una cosa che non andrebbe fatta: replicare a un post su un blog non mio. Mauro, accetta le mie scuse.
    Su linguaggio ed esperienza.
    “Non solo gli era difficile di comprendere come il simbolo generico ‘cane’ potesse designare un così vasto assortimento di individui diversi per dimensione e per forma; ma anche l’infastidiva il fatto che il cane delle tre e quattordici (visto di profilo) avesse lo stesso nome del cane delle tre e un quarto (visto di fronte)."
    Per tutti noi che non siamo Ireneo Funes (o pochi altri astrali non normalizzabili), da ben prima che il Socrate platonico "inventasse" il concetto, un cane è un cane. E di questo ottundimento dell’esperienza che definire bestiale sarebbe adulatorio, è il linguaggio il solo responsabile.

  7. Sì, è proprio così, ma è questa la "sfida", avvicinarsi sempre più all’essere.

    "Basta chiudere gli occhi in una stanza silenziosa per sentir vacillare la certezza dell’io."

  8. @ Carmen: 1. Curioso che una fervente animalista come te sia fautrice di questa teoria estremistica che identifica l’esperienza con il linguaggio, e che forse persino Sapir e Whorf deglutirebbero con difficoltà. (Ma sono certissimo che hai già pronta una batteria di una dozzina di controobiezioni). 2. Io non credo che "tutti siamo stravaganti per tutti": i miei colleghi certamente si trovano reciprocamente normalissimi. E’ vero il contrario, e cioè che proprio l’alternativa normale/stravagante è un potentissimo mezzo di esclusione del diverso, perché si appoggia sul luogo comune del "buon senso", della persona "ragionevole", della "normalità" di un ben determinato codice di comportamento borghese (per il quale è strano, ad esempio, fare su e giù davanti al negozio del barbiere, fumare una sigaretta, o addirittura, secondo una sapiente climax, portare calzini turchesi – in cauda venenum).
    La risposta è: no, non ti vale affatto come un nuovo post. Datti da fare.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...