Nel giorno della Liberazione

«Non esiste argomento più mostruoso di questo, non c’è altro tema dietro al quale non si celi questo, e non c’è alcuna parete spessa abbastanza da impedirne la vista. E quantunque sia impossibile "rendere giustizia" (mi scuso per l’espressione) a ciò che è accaduto in quel luogo, gli rendiamo "giustizia" indirettamente, perché di qualunque cosa si parli, in un certo senso scivoliamo sempre lì e sottintendiamo quei fatti e approdiamo sempre a quel famoso toponimo. Tutte le strade portano ad Auschwitz» (Günther Anders, Discesa all’Ade, Bollati Boringhieri, Torino 2008, p. 97, grazie a Carmen).
Nessun intellettuale degno di questo nome che sia nato prima del 2000 può o potrà esimersi dal confronto con Auschwitz. Solo le mie figlie, forse, potranno per la prima volta considerarlo «storia».

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La morte di Wittgenstein

Ludwig Wittgenstein muore per cancro alla prostata a 62 anni, nell’aprile del 1951, dopo una vita di privazioni rigorosamente autoimposte, riconosciuto da pochi, in una sequenza
apparentemente ininterrotta di sofferenza e miseria materiale. Con tutto ciò, le sue ultime parole sono: «Dite loro che ho avuto una vita meravigliosa» (Tell them I’ve had a wonderful life).
Ciò è in rapporto con l’abitudine all’inflessibilità e all’onestà intellettuale, oltre che naturalmente con la coscienza di avere messo qualcosa di importante al riparo dalla morte. In casi come questi, noi che veniamo dopo amiamo l’onestà di simili uomini non perché possiamo trarre vantaggio dalla debolezza che comporta in chi la professa (come è di solito il caso nell’elogio peloso dell’onestà), ma perché la persona onesta ci ha consentito di andare di un passo più vicini al vero; è dunque una gratitudine vera e in qualche modo pulita.

Le parole difficili

(Ho preso le due bambine dal doposcuola, e in automobile stiamo tornando a casa. Serena fa la predica a Dorabella, che la ascolta con gli occhi sgranati.)

Serena: … perché vedi, Dora, io sono più grande, vado alla scuola elementare e so molte più cose di te. Per esempio io so moltissime parole difficili.
Io (intromettendomi): Ah sì? E per esempio quali parole difficili conosci?
Serena (rivolta a Dorabella, senza lasciarsi distrarre): Per esempio, io conosco la parola onomatopea. La conosci questa parola, Dorabella? Eh?
(Io e Dorabella, contemporaneamente, guardiamo Serena stupefatti.)
Io: Serena, ma sai anche cosa vuol dire onomatopea?
Serena: Certo! Il chicchirichì del gallo è un’onomatopea.
Io: Ma bravissima! (fingendo umiltà) Questa parola è così difficile che magari non la sapevo nemmeno io!
Serena (dopo una pausa, scuotendo la testa in segno di rimprovero): Papà, non fare lo sciocchino. Tu sai tutto.

Le vite di ogni giorno

Talmente tante sono le vite sprecate, trascorse nell’infecondità più folle e incosciente, che se ognuna di esse avesse scritto in tanti anni anche solo un breve pensiero nuovo, buono e intelligente, il mondo ne sarebbe trasformato. (Verrebbe il Messia).