Il privilegio degli dèi

La presenza degli dèi confortava gli antichi non solo perché offriva loro un modello («bisogna essere dèi, per quanto possibile», scrive Aristotele), ma anche perché consentiva loro di uscire dal paradosso per cui chi parla della morte è, egli stesso, mortale: il che rende autoreferenziale il discorso e lo priva di una superiore oggettività. Parlare della morte come di qualcosa estraneo a se stessi: questo è il privilegio degli dèi.

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Tre ricordi d’infanzia

Quando avevo meno di dieci anni ero ossessionato dall’idea di dimenticare. Così avevo scelto tre ricordi a caso, del tutto insignificanti, ma che non avrei dimenticato a nessun costo. Il primo era uno strano cappello verde di feltro, che avevo trovato un giorno aprendo lo sportello di un comodino, e che avevo poi lasciato lì senza mai andarlo a rivedere; e va sottolineato che il ricordo non riguardava solo quel cappello, ma per essere precisi quella particolare circostanza in cui avevo visto il cappello; non era il ricordo di un oggetto (che non ha senso, dato che l’oggetto è diverso di volta in volta), ma di un’esperienza. Il secondo era un punto del muro nelle scale del condominio, che avevo osservato una delle tante volte in cui scendevo le scale per andare a scuola; l’avevo visto molte volte prima e lo avrei rivisto molte volte dopo, ma il ricordo riguardava quella volta lì. Il terzo era un vecchio lampadario rotto che stava in un angolo della stanza, e che sarebbe stato buttato via subito dopo. (Va detto, per onestà, che questo terzo ricordo è ora molto sbiadito, e non ho tenuto fede al giuramento della memoria). Così ero più tranquillo, la vita da quel momento in poi scorreva come sempre insieme a milioni di dettagli percettivi immediatamente dimenticati, ma almeno tre in mezzo a quei milioni sarebbero certamente rimasti. (Molto più tardi ho pensato che la storia, e anche la letteratura, hanno qualcosa a che fare con questa mia ansia infantile, e con il tentativo di porvi rimedio).

Nel paradiso terrestre

La Genesi non dice: «Dio gli insegnò i nomi degli animali», ma: «li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome» (Gen., 2.19). Fin dall’inizio dunque l’attività di nominazione è propria dell’uomo, e rientra fra le azioni concesse alla sua libertà. (Quasi che rivestire il mondo con le parole fosse un’attività puramente speculativa, e dunque ininfluente, a differenza dello staccare un frutto: ma questo rivestire è analogo a quello che i progenitori faranno sul proprio corpo dopo il peccato, in entrambi i casi il procacciare un vestito, di stoffa o di parole, nasce da una percezione di nudità. La nominazione non si distingue logicamente da una coscienza del bene e del male – almeno per noi uomini. Ma forse questa è già una riflessione postedenica).

Dove vanno le nuvole

(Il mondo continua a girare: ora sul seggiolino anteriore della bicicletta porto all’asilo Dorabella, ed è con lei che chiacchiero la mattina. Un giorno, tornando a casa, noto che la bambina rimane con il collo piegato all’indietro, e con l’aria stupita.)

Io: Dorabella, che stai guardando?
Dorabella: Papi, guarda le nuvole, si mòvono! Viènono con noi!