Un’idea di Venezia

Mi trovavo a Venezia, su questo non c’era dubbio: ma intorno a me non c’era neppure una cosa che potesse ricordare la città turistica conosciuta dal mondo. Il sentimento più forte era quello della strettezza: le calli e i ponti si stringevano sempre più, moltiplicandosi in numero quanto più si rimpicciolivano in dimensioni, finché per muoversi bisognava, praticamente sempre, chinarsi fin quasi a terra, sfiorando l’acqua dei canali, appoggiando le mani al pavimento di pietra, infilandosi a fatica in piccoli passaggi nei muri. E tuttavia non c’era in questo alcun sentimento di claustrofobia, al contrario, come un senso di protezione e di sollievo: pensavo fra me e me: davvero Venezia è una città complessa, una città piena di angoli in cui nascondersi.

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3 thoughts on “

  1. Già, una città pensata per le fughe. Eppure, una volta dentro, si ha la sensazione di non poterla evadere. Sembrerebbe innescarsi un paradosso logico anch’esso senza via d’uscita. Tu l’hai assunto su di te senza alcuna ansia, a differenza di quello che il giovane Kafka fece con Praga, per evadere dalla quale non vedeva altra soluzione se non quella citata nell’arcinota lettera: bisognerebbe darle fuoco in due punti….

  2. Un saluto a questo sogno… interessante.
    Quello che ci aspetteremmo di provare in una situazione non riconoscibile e “oggettivamente” disagevole di “strettezza”, non sopraggiunge.

  3. @ kresh: eh, ma pure lui a quella mammina con gli artigli in fondo voleva bene. E nemmeno in tutta Praga, ma come una volta lui stesso fece notare a Brod, tutta la sua vita si era svolta nel giro di duecento metri dall’Altstädter Ring (o Staroměstké Namestí, sempre che io sappia scriverlo giusto).

    @ lavia: il sogno ti ricambia il saluto. Non era spiacevole stringersi a Venezia, come non è spiacevole stringersi nelle coperte di notte, quando fuori fa freddo e piove forte (Lucretius docet).

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