Compassione senza consolazione

Provare compassione, ma rifiutare e rifiutarsi la consolazione. Se siamo davvero così convinti che la consolazione "detta" dagli altri è illusoria, bisognerebbe avere la capacità di rinunciarvi quando si soffre, e la durezza di rifiutarla quando a soffrire sono gli altri. Questa è una forma di "moralità": e la parola va intesa non in senso normativo, ma in senso propriamente nietzschiano, come scelta liberatoria che riguarda rigorosamente l’individuo e la sua lotta con se stesso. E perciò la pietà altrui, quando venga espressa a scopo consolatorio, dovrebbe (in una "moralità" così intesa) non consolare, ma al contrario rendere il dolore insostenibile, perché ad esso si assocerebbe la coscienza dell’illusione, e la perdita della dignità individuale di chi soffre. Di fronte all’orrore televisivo del dolore esibito alla pubblica pietà, valgono ancora le parole di Nietzsche quando scriveva: «Amo gli infelici che si vergognano; che non rovesciano in strada i loro vasi da notte pieni di miseria; a cui è rimasto tanto buon gusto in cuore e sulla lingua da dirsi: “bisogna tenere in onore la propria infelicità, bisogna nasconderla”».

Annunci

Splendore nell’erba

Osservando il sole che splende attraverso il trifoglio, è possibile provare quella stessa precisa sensazione, familiare sin dall’adolescenza, di essere sul punto di perdere qualcosa che potrebbe avvenire in un futuro (di un sapore tanto fiabesco da apparire quasi irreale) oppure, indistinguibilmente, di essere sul punto di dimenticare la cosa più importante di un passato in ogni caso irrecuperabile. Le due cose coincidono, e nessuna delle due affiora con chiarezza alla coscienza.

Su una speciale forma di cinismo

La convinzione riassunta dal detto «bene o male, purché se ne parli» è una forma di cinismo particolarmente ripugnante, perché formalizza, sul piano linguistico, l’accettazione – e, al di là di ciò, la manipolazione – dell’inautentico. Questo non è un valore trasgressivo, ma la nichilistica abolizione di ogni valore. In quanto tale, nessuno lo mette compiutamente in pratica, se non chi tenta il suicidio collettivo, la fine della storia. (E questo è un obiettivo che si può anche perseguire, ma non in quanto valore).
Se l’inautentico, attraverso il mezzo di comunicazione più potente, viene veicolato come un valore, nessuna parola è più possibile, nessuna comunicazione, nessuna felicità.

[Per una volta, sento la necessità di scusarmi per l’immagine un po’ forte che accompagna questo post.]

Nascere a La Spezia

«Nostalgia della città dove sei nato» descrive non un sentimento, ma una classe di sentimenti. Molto diverso è dire semplicemente «La Spezia». Il dialetto, i gesti, alcuni luoghi specifici; e anche ciascuna di queste cose è una classe, ma la loro intersezione alla fine definisce un oggetto solo, come nell’assioma di continuità di cui si parla in matematica. (Quell’uno, però, alla fine rischia di essere linguaggio privato; così in pochi, o forse nessuno, capiranno l’esperienza di sognare ogni notte qualche angolo di una città dove non si vive stabilmente da quasi trent’anni; un’esperienza onirica per me così frequente che quando, all’inverso, in quella città cammino davvero nella vita reale, mi sembra di camminare in un sogno.)

Funzione della menzogna

Se qualcuno dice una bugia troppo grande per essere creduta, non bisogna commettere l’errore di stupirsi quando si constata che tutti, contro ogni evidenza, sembrano crederci. In realtà non era il contenuto della bugia quello che il bugiardo voleva comunicare, ma un messaggio che passa per così dire sopra la testa del contenuto, e che vuole dire: ecco, io mento e tutti lo sanno, ma chi appartiene al mio gruppo sa che la mia menzogna ha uno scopo preciso; questo mio parlare ingannando dimostra che io non mi attengo a una dimensione superficiale e comunicativa, ma che considero il linguaggio come un mero strumento di potere, che prescinde dalla funzione di comunicare una realtà; e quelli che fanno parte del mio gruppo lo sanno. Allora credere, o fare finta di credere, definisce il mio gruppo, e consente di partecipare, o sperare di partecipare in futuro, al mio potere. Il mezzo è il messaggio: nel senso che il mezzo della menzogna strumentalizza il linguaggio per farne un segnale di appartenenza. – Per questo non serve a nulla sbugiardare il bugiardo, se questi ha scelto di pervertire il linguaggio fino a questo punto: servirebbe di più, semmai, riempire di connotazioni negative il gruppo cui egli appartiene, affinché l’appartenervi divenga il meno desiderabile possibile. Non si tratta di esibire la realtà confrontandola con la bugia (o non solo questo), ma soprattutto di mostrare che la comunità di coloro che vogliono credere alla bugia è in verità una comunità di perdenti, in assoluto la più lontana da quel potere che essi quasi istintivamente sostengono.
(Come si vede, la bugia politica è una questione per intellettuali, non per politici.)