Quarantadieci

(Si avvicina il mio compleanno.)

Serena: Papà, ma tu quanti anni hai?
Io: Quarantotto.
Serena: Ma quando compirai gli anni allora ne farai?
Io: Quarantanove, Serena.
Serena: Ah! E allora l’anno prossimo… (calcola) saranno quarantadieci!
Io: No, Serena, dopo quarantanove viene cinquanta.
Serena (incredula): Cinquanta anni?! (Meditazione dolorosa. Poi, compassionevole, fra sé e sé): Povero papino!

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L’impossibilità di non ubbidire

Ciò che il testo kafkiano ci rappresenta è, tra le altre cose, la forma specificamente moderna della proibizione. Questa non si esercita più nella forma dell’ingiunzione negativa espressa con chiarezza («Tu non…»), come era nell’Antico Testamento e come è in fondo tipico di una società a scarsa differenziazione gerarchica (che è come dire antieroica). Qui la proibizione è di fatto, sia che, semplicemente, ci siano cose che economicamente non ci si può permettere (secondo una ripartizione automatica per censo), sia ancor di più perché pretendere di «potersi permettere» certe azioni è inopportuno dal punto di vista della convenzione sociale, è un impaziente e arrogante voler entrare nell’ambiente di rango superiore, di cui non si conoscono le regole. E’ questa conoscenza che crea la gerarchia: Titorelli, visto da un occhio borghese, è un miserabile, ma gli sono state tramandate le regole per dipingere i giudici, e quindi è molto al di sopra del benestante Josef K.: fa parte della legge. Lo stupore che K. risveglia in chi appartiene alla legge è sempre di questo tipo: come si permette di pensare o di fare una cosa del genere? L’eccezionalità di K. consiste nel non voler rimanere al suo posto, nel volere ostinatamente entrare in una legge per la quale ha un’affinità tramandata, ma la cui logica gli è ormai inaccessibile. Nessuno può proibirgli questa ostinazione, nessun cartello di divieto gli sbarra la strada: semplicemente, K. non può permetterselo.

Scrivere per gli altri

Nei suoi scritti giovanili, Nietzsche cita spesso il motto di Valentin Rose contro i filologi classici: Sibi quisque scribit. Scrivere per se stessi è sempre più facile dello scrivere per essere letti da altri, sia pure (come quando scriviamo una lettera) da una sola altra persona: sapendo che saremo letti da altri non possiamo più permetterci di essere oscuri, di stendere una frase concisa dando per scontati tutti gli impliciti e i presupposti (noti a noi e a nessun altro). Scrivere per altri, anche per degli altri immaginari, è un’efficace terapia per le scritture tortuose e scioccamente difficili; chi invece si attiene al diario individuale, cade spesso nel linguaggio privato e dunque, come si sa, nel puro non senso.

Una premessa inevitabile della teologia

Una teologia rimane nell’ambiguità, e quindi nel sospetto di ridicolo, se non si pone la questione preliminare: perché siamo caduti così in basso da aver necessità di un discorso, o peggio di una discussione teologica?

Nobiltà della filologia

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«Filologia è infatti quella nobile arte che esige dai suoi cultori anzitutto una cosa: farsi da parte, prendersi tempo, diventare silenziosi, diventare lenti – come un’arte e una perizia di artefici della parola; un’arte che deve svolgere un lavoro sottile e prudente, e nulla raggiunge se non con lentezza. Proprio per questo tuttavia essa è oggi più necessaria che mai, proprio in questo modo essa ci attrae e ci affascina con maggior forza, in un’epoca del "lavoro", vale a dire della fretta, dell’indecorosa e sudaticcia sbrigatività, che vuole "sbrigare" tutto, anche ogni libro vecchio e nuovo: – la filologia invece non si sbriga tanto facilmente, insegna a leggere bene, il che vuol dire leggere lentamente, profondamente, con prudenza e riguardo, con pensieri nascosti e porte lasciate aperte, con dita e occhi colmi di tenerezza».

Friedrich Nietzsche, Aurora, Prefazione, § 5