Il buco nella ragnatela

La vera traduzione di «orribile» è: «senza linguaggio», l’esperienza ci coglie in un punto vuoto della trama di parole, è un buco, più o meno ampio, nella ragnatela; per questo ciò che è orribile non è, per principio, comunicabile (manca infatti il mezzo stesso della comunicazione); e per questo non è neppure consolabile (per lo stesso motivo di prima, ma nella direzione opposta: non possiamo parlare, ma nemmeno udire). La sofferenza per ciò che si perde è moltiplicata dalla mancanza delle parole pronte per oggettivarla. L’elaborazione del lutto consiste appunto nel riparare il buco della ragnatela, costruire parole nuove che assumono valore definitorio, oppure stirando e riadattando parole vecchie ai margini del buco linguistico, per coprire il vuoto (ne risulta però naturalmente un’asimmetria dei margini che sarà riconoscibile in futuro). Solo a quel punto saremo di nuovo accessibili alle parole degli amici, avremo di nuovo con loro un tessuto linguistico comune. Certo, esistono persone che, avendo particolarmente chiara questa specie di storia naturale dell’orribile, pongono a se stessi come un dovere etico la necessità di mantenere il buco nella ragnatela, a futura memoria.  (E l’efficacia della tragedia antica consisteva proprio in questo: nell’approntare una confortevole rete di parole per accogliere in essa il corpo in caduta libera dell’evento tragico, come si accoglie un acrobata che cade dal filo. Se il protagonista tragico trova subito le parole, ci si conforta all’idea che sia possibile un’elaborazione del lutto per così dire istantanea. Naturalmente è qui  che lo spettatore misura la distanza tra finzione e realtà. Niente catarsi, dunque).

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L’elicottero

Dopo un incidente stradale, eravamo rimasti prigionieri di una setta che pretendeva di essere organizzata gerarchicamente come uno stato, il quale era repressivo in forma estremistica. Conveniva assecondare sempre qualunque assurdità, perché ogni minima contraddizione poteva costare la vita, come avevamo sperimentato appena catturati. (L’ambientazione era in un gradevole paesaggio di montagna, con colori accesi e fantastici come in un film di Tim Burton). Molti episodi dimenticati in questo scenario; a un certo punto, di notte, passava vicinissimo alla montagna un gigantesco elicottero scuro, a luci spente, che lasciava nell’aria una specie di riflesso circolare. Nel caos notturno che ne seguiva avremmo potuto scappare, ma nessuno lo faceva.

Incontri con i grandi: Furtwängler

La notte dopo aver attraversato in auto il Brabante, che mi ha ricordato il Lohegrin, ho sognato che nella hall di un grande teatro vedevo a un tratto Furtwängler, impegnato in un angolo a chiacchierare con amici. Mi voltavo verso chi mi stava accanto, per dire con emozione: Guarda! E’ Furtwängler! (ricevendo come risposta un «chi?» privo di comprensione). La fronte alta e calva di Furtwängler era coperta di chiazze color caffelatte. Afferravo un piccolo cartoncino rettangolare su un tavolo lì vicino e preparavo la penna, per avere almeno un suo autografo; lui mi vedeva di sfuggita, e continuava a parlare, come per evitarmi. Quando finalmente era libero, mi accorgevo che intorno a me molti altri erano lì pronti con la penna, per avere anche loro un autografo; la mia speranza di un contatto personale con Furtwängler era dunque già svanita. In ogni caso, il grande direttore mi passava davanti velocemente, e scompariva subito sul fondo, senza degnarci né di una parola né di uno sguardo. (Quello stesso giorno, la sera, a Biel, alcuni particolari di questa scena onirica si sono ripetuti esattamente con Magnus Carlsen: la preparazione della penna, il cartoncino rettangolare che era davvero sul tavolo, l’emozione per un contatto individuale, che però nella realtà avveniva senza alcun problema).

Sulla morte di Banquo (Macbeth, III, 3)

Banquo: It will be rain tonight.
First Murderer: Let it come down. (Kills Banquo.)

«Il motivo per cui il tempo è un oggetto così universale e così continuo di discussione è che il tempo atmosferico è una sineddoche del mondo a cui la sua variabilità conferisce una salienza percettiva senza paralleli tra gli altri fattori costanti e ineludibili della nostra condizione di viventi (se preferisci, Mauro, possiamo chiamarla creaturalità). L’aria che respiriamo c’è sempre, la gravità che ci tiene ancorati al pianeta anche, la biosfera che ci sostenta pure, ma la percezione che ne abbiamo è tanto costante da non essere più avvertibile, mentre il risultato della loro interazione, vale a dire il tempo atmosferico, è al tempo stesso onnipresente e continuamente mutevole. Questo ne fa un oggetto di percezione talmente intersoggettiva da essere universalmente condivisa e al tempo stesso gli permette di non perdere lo statuto di oggetto di percezione. Per questo il tempo è l’oggetto minimale e massimamente aproblematico della comunione fatica, vale a dire un fatema col quale non si comunica la propria appartenenza a un particolare gruppo sociale ma semplicemente alla compagine dei viventi, gruppo caratterizzato semplicemente dal fatto di avere un interesse comune nel mondo in quanto oggetto di percezione: se un essere umano vuole comunicare a un altro essere umano (o anche soltanto a se stesso: nella scena Banquo – anche se è accompagnato da Fleance – mi sembra non avere un interlocutore) niente altro che "esisto, come prova il fatto che sono in grado di percepire il mondo", gli parla del tempo.
La risposta del First Murderer fa compiere alla battuta di Banquo il salto vertiginoso dal fatico al metafisico. Nel contesto in cui viene pronunciata la frase apparentemente banalissima "Let it come down" vuol dire in realtà qualcosa di molto profondo e complesso: vuol dire "la pioggia che cadrà tra pochi istanti non ti riguarderà più perché quando le prime gocce toccheranno il tuo corpo tu non sarai già più lì a percepirle. Il mondo con il quale stai cercando di affermare di essere in rapporto non è ormai più affar tuo."
(Tra l’altro, se il sonno è fratello della morte è perché entrambi pongono fine all’esperienza del
mondo.)» (Carmen)