Al mare, in compagnia di Kafka

Seguendo il ferreo Regolamento che la organizza, e conformemente ai disegni del Vecchio Comandante, la Colonia Penale si trasferisce verso il finire di giugno presso il castello normanno di Sangineto Lido.
Un paio di settimane, e siamo di nuovo qui.

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Kafka è un’altra idea di letteratura


(Courtesy of Carmen dell’Aversano)

Fondamento della diversità kafkiana è non il rifiuto, ma la naturale assenza della convenzione letteraria. Il proposito di affabulazione retorica, che è per esempio così estremistico in Proust, è in lui ridotto all’essenziale, che poi significa ciò che è strettamente necessario al procedere dell’azione (la quale tuttavia non si ferma, o tecnicamente potrebbe non fermarsi mai). Da questo nasce l’imbarazzo della critica accademica, che tenta di volta in volta di: riempire di retorica formale ciò che ne è naturalmente privo; simulare lo stile per porsi in certo modo dalla stessa parte del ponte (tentativo inutile, se si continua ad appartenere a eserciti nemici); trasferire su un significato esoterico (vale a dire sulle sabbie mobili) quella analisi che il testo reale cocciutamente rifiuta di subire. Kafka, imitando in ciò la realtà pura e semplice, si sottrae alle griglie formali. Il discours du récit, che in Genette trionfa sul testo proustiano pur riducendolo a brandelli, è povero e inerme se applicato a Kafka; da qui l’odio inespresso verso questi testi da parte di chi ancora conserva un’idea per dir così normale della letteratura. Di fronte a Kafka si rimane allora disorientati, e si pensa non che si tratti di cattiva letteratura, ma che sia, in generale, qualcosa di diverso dalla letteratura. E se pure questa non è la verità, «perlomeno sta nella direzione della verità, su questo non c’è alcun dubbio» (Kafka, Relazione per un’accademia).

La rivalsa

«E allora la mia statura non dispensò più buon umore
a chi alla sbarra, in piedi, mi diceva: Vostro Onore!
E l’affidarli al boia fu un piacere del tutto mio,
prima di genuflettermi nell’ora dell’addio,
non conoscendo affatto la statura di Dio».

(Fabrizio de André, Un giudice, 1971)

Bach e Shakespeare

In Bach si percepisce ancora l’ethos della parrocchia settecentesca, il suo perbenismo consolante – non però come grettezza, ma come esemplare terapia dell’anima – e nello stesso tempo l’improvvisa universalità della scrittura, un sublime intenzionale che riesce anche nel suo intento. Qualcosa del genere è nel rapporto fra il barocco e Shakespeare. Per entrambi è tipico lo scarto inatteso verso l’universalità, proprio nel bel mezzo di una scrittura retorica che, sebbene di eccezionale qualità, sarebbe di per sé tuttavia conforme all’epoca storica in cui fu scritta.

Il rispetto per i genitori

Serena: Guarda papà cosa ti ho fatto!
(Mi porge un disegno con due figure, una grande e una piccola, evidentemente io e lei, con sotto scritto in stampatello: PAPA’ TI VOGLIO BENE PER TUTTA LA VITA. Molti cuoricini di contorno.)
Io (apparentemente commosso): Ma è bellissimo! Davvero mi vorrai sempre bene?
Serena (con totale sicurezza): Sì!
Io: Non è vero. Io lo so che andrai via da me.
Serena (ingenuamente): Ma no, papà!
Io: Invece sì. Quando ti fidanzerai, mi lascerai per andartene con il tuo fidanzato.
Serena (ci pensa, prendendo seriamente in considerazione il caso. Poi, stringendosi a me con affetto): Ma no, papà. Quelle sono cose che si fanno quando i genitori non ci sono più.