Su una prefazione di Guido Paduano

Molti saggi importanti sono preceduti da un’introduzione di natura teorica, che intende mettere in chiaro quali sono i presupposti dell’interpretazione: e non di rado, quando l’autore sia coscienzioso e voglia esprimersi con la massima precisione possibile, queste sezioni sono le più ardue per chi si accinga a leggere un libro (anche perché talvolta chi legge si aspettava semplicemente la trattazione dell’argomento promesso dal titolo, e non una trattazione teorica preliminare). L’esempio più famoso è la Premessa gnoseologica che Walter Benjamin pose all’inizio del saggio sull’origine del dramma barocco tedesco: una premessa talmente complessa che determinò il fallimento dell’obiettivo che Benjamin si era posto con la pubblicazione del libro, e cioè l’acquisizione della libera docenza. La Premessa, scrive Gerschom Scholem, «sta davanti al libro come l’angelo con la spada fiammeggiante del concetto all’ingresso di un paradiso dello scritto». Nella prefazione all’ultimo saggio di Guido Paduano sulla nascita dell’eroe epico, si osserva qualcosa del genere: prima ancora di trattare l’argomento del titolo, e del resto proprio in virtù di una esemplarità letteraria dell’argomento, si ritiene necessario delineare uno schema di fruizione letteraria, valido certamente per la poesia epica, ma – è sottinteso – anche per ogni letteratura in generale. Ma ciò che mi pare interessante non è tanto lo schema in sé, fondato sul concetto di identificazione emotiva, quanto le tre obiezioni che l’autore prevede, e che sono dei veri luoghi comuni dell’interpretazione. La prima afferma che la modernità ha messo in discussione l’unità dell’io: per lo meno dal romanticismo, la scissione dell’individuo è, più che un risultato dell’indagine, un punto di partenza. La seconda ritiene che sia metodologicamente scorretto interpretare la letteratura sulla base della realtà: solo il testo spiega il testo, l’interpretazione cerca unicamente la forma del testo; l’autore, morto secondo Barthes, è un puro accidente di un fenomeno formale più vasto, che è la letteratura. La terza è l’opinione vulgata secondo cui non un autore chiamato Omero ha composto i due massimi poemi dell’epica greca, ma essi sono il risultato di una stratificazione complessa che affonda le sue radici in una oralità dispersa nello spazio e nel tempo. – Tutte e tre queste obiezioni, apparentemente ragionevoli, sono dimostrate false da Paduano. La pretesa scissione dell’io è dichiarata dapprima irrilevante per la letteratura, che sulla base di Aristotele (1451b 5-6), è intesa come una modellizzazione, e non una mimesi, dell’agire umano: e all’interno del suo ambito può permettersi quindi di considerare l’uomo in azione come una forza unitaria. Ma, ancor più concretamente, non è solo sul piano della finzione letteraria che il luogo comune fallisce: ma considerando la psicoanalisi come un grande sforzo di razionalizzazione delle pulsioni umane (come già la intendeva Thomas Mann), Paduano sottolinea come proprio lo strumento psicoanalitico dimostri che l’uomo, anche nei suoi comportamenti più contraddittori, è in realtà un sistema, e dunque qualcosa di unitario, sebbene costituito di elementi differenziati. – La seconda e la terza obiezione sembrano fra loro strettamente legate, quasi che la terza fosse nient’altro che l’applicazione della seconda alla filologia omerica; la morte dell’autore, e l’opinione secondo cui il testo letterario è l’espressione, più che di un autore, di una comunità interpretativa (come affermerebbe Stanley Fish) è in fondo perfettamente congruente con la teoria secondo la quale essi popoli greci furono questo Omero, e i due poemi sono il prodotto di un’enciclopedia orale sviluppatasi nell’ambito di una cultura, e non come creazioni individuali dotate di una coerenza interna e intenzionale. – Il punto è che l’omeristica più recente (e si pensi al Laboratorio di Omero di Vincenzo di Benedetto) tende al contrario a ridimensionare la cosiddetta questione omerica, sottolineando invece i caratteri di organicità che innervano ogni singolo poema, se non entrambi, con una raffinata rete di rimandi e allusioni che non può essere casuale. L’autore, dato per morto da Barthes, resuscita all’improvviso e proprio nel luogo più inaspettato, «il che ispira l’ottimismo dell’a fortiori: se Barthes e Fish hanno torto perfino a proposito di Omero…» (p. 9). – Con forza, quindi, Paduano afferma tre risultati, che sembrano paradossali proprio perché apparentemente desueti: l’individuo è unitario; la letteratura ha molto a che fare con la realtà; e infine, Omero è un individuo assai più definito, nello spazio e nel tempo, dei popoli greci. Tali tre punti, che solo grazie a questa prefazione abbiamo chiarito a noi stessi, sono la via maestra per un’ermeneutica letteraria che consenta finalmente una fruizione anche emotiva del testo epico.

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Illusorietà del ricordo

La memoria è illusoria perché non è una vera evocazione del passato, il quale rimane irraggiungibile come sempre; ma ogni singolo atto del ricordare avviene sempre nel presente, e al presente appartiene in modo irrevocabile. In un certo senso, si ricorda sempre e solo il presente.

Palpare Socrate che muore

Se si prescinde dall’incommensurabile vicenda del Calvario, il prototipo occidentale di una morte degna di memoria è certamente Socrate; per l’imperturbabilità con cui affronta la cicuta,  e per la serena certezza della propria immortalità. Tuttavia credo che per la gran parte dei lettori del Fedone la parte più viva del racconto non sia affatto l’argomentazione a favore dell’immortalità dell’anima, ma i dettagli concreti e orribili della morte che procede dal basso verso l’alto, quasi contraddicendo tutta la discussione precedente con la loro materialità morbosa e necrofila.
«Socrate camminava per la stanza; e quando disse che le gambe gli si appesantivano, si mise a giacere supino – giacché così gli raccomandava l’uomo; e intanto costui, l’uomo che gli aveva dato la pozione, lo andava toccando e a intervalli gli esaminava i piedi e le gambe; e poi, premendogli forte un piede, gli domandò se sentiva; ed egli rispose di no. E poi ancora gli premette le gambe; e così risalendo ci mostrava che si raffreddava e si irrigidiva. E continuava a toccarlo, e ci disse che quando si fosse giunti alla regione del cuore, allora se ne sarebbe andato» (Fedone, 117d-118).
Il boia, con il suo comportamento didattico, entra nella discussione sull’immortalità quasi senza saperlo, introducendo l’argomento medico e scientifico, rimasto implicito in Platone. Sarà Epicuro, quasi un secolo dopo la morte di Socrate, a identificare la morte con l’insensibile, proseguendo così sul piano teorico la lucida esposizione del boia.

Certa critica letteraria

Il lavoro di interpretazione del testo letterario è spesso una semplice ricerca delle ambiguità del testo, con l’intenzione di provare le proprie tesi, che in realtà precedono il testo stesso. Difatti, il testo ambiguo spesso deve il suo successo alla capacità di trasformarsi per il lettore in linguaggio privato: essendo valida ogni interpretazione, quella più vicina alla propria sfera biografica è considerata quella più efficace nel risvegliare l’emozione e quindi – ecco il salto – anche la più vera.

I vampiri e la Pimpa

(In auto, andando alla spiaggia per il primo mare di primavera.)

Serena: Papà, ma come sono fatti i vampiri?
Io (preoccupato di mantenere Serena serena): I vampiri non esistono. Quindi non sono fatti in nessun modo, e tu non devi averne paura.
Serena: Sei sicuro che non esistono?
Io: Sì. Assolutamente.
Serena (dopo una lunga pausa): Ah… fortunati noi.
Io (per rinforzare l’idea, e riferendomi a una conversazione precedente): E’ come la Pimpa: non esistono cani che parlano, dunque la Pimpa esiste solo nei cartoni animati.
Serena: E’ vero, la Pimpa non esiste… però il signor Armando esiste eccome!
Io: Ah! E come fai a saperlo?
Serena: Perché l’ho visto.
Io: Hai visto Armando? E come fai a sapere che era lui?
Serena: Era uguale! Aveva la stessa faccia.
Io: Magari gli assomigliava, ma non era lui.
Serena: Aveva anche le stesse scarpe!
Io: Magari era qualcuno che aveva le scarpe simili.
Serena: Ma anche il naso e i capelli erano uguali!
Io: Magari naso e capelli erano simili a quelli di Armando, però non era lui.
Serena (esasperata): Aveva sulla giacca un cartello con sopra scritto: «E’ Armando»! Ci credi ora?