Non è un paese per vecchi

Calvino, più che un uomo, era un incubo su due gambe. Ciò che forse colpisce maggiormente è la dottrina secondo cui non vi è alcun mezzo per riconoscere gli eletti nella massa dei reprobi; soprattutto, per riconoscere se si è in prima persona eletti o reprobi. Non il comportamento: a nulla servono le buone opere, né il peccato è di per sé indizio di dannazione. Ma ciò che più conta, neppure i sentimenti soggettivi hanno alcun valore, il dannato può avere l’intima certezza di essere un eletto, partecipare dell’intima gioia della fede, sentirsi ricambiato dall’amore divino, e tuttavia rimanere un dannato: questi sentimenti, scoprirà alla fine, altro non erano che ludibria spiritus sancti, una divina irrisione ai suoi danni. (Gli dèi ingannatori della Grecia erano assai più umani del Dio di Calvino.)
L’atmosfera da incubo di un film come No country for old men trae la sua forza proprio da questa inquietante base puritana del common way of thinking americano (e infatti sono molte le citazioni religiose della sceneggiatura, che andrebbero raccolte e analizzate. Questa identificazione forte fra predestinazione calvinista e brutalità è il nocciolo profondo del film. Il personaggio più calvinista è Chigurh, il killer psicopatico che è anche, in fondo, il protagonista vero dall’inizio alla fine). La citazione religiosa più esplicita è la riflessione dello sceriffo Bell sul mancato ingresso di Dio nella sua vita col sopraggiungere della vecchiaia: alla quale Ellis risponde, secondo la più ortodossa dottrina calvinista, «non puoi sapere cosa Dio pensa di te». Ma anche il tema così diffuso qui (e in Tarantino) dell’omicidio casuale altro non è che una metamorfosi della predestinazione, degradata però al testa o croce di una monetina: nel primo caso con esito positivo (Chigurh manifesta sincera ammirazione per la mancata vittima quando questa sceglie nel modo giusto, salvandosi inconsapevolmente la vita), nel secondo caso negativo, anche perché la vittima contesta il fondamento stesso della predestinazione e del servo arbitrio: la moglie di Moss, di fronte alla scelta della monetina, si rifiuta di affidare a questa la propria vita o la propria morte, e dice a Chigurh: «Non è la moneta a scegliere, sei tu che scegli». A questa violazione dei principi puritani di totale sudditanza al destino, Chigurh replica con la mirabile battuta: «In questo caso, io e la moneta siamo arrivati alle stesse conclusioni».

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Una consulenza dantesca via SMS

«mauro… ma dante e virgilio, tra loro, ke lingua parlavano? latino o volgare? nn trovo notizie in merito…»
(Una cara cugina di mia moglie)

Sull’Italia

Nel 1805, il viceré napoleonico Eugenio di Beauharnais cercava di giustificare gli italiani davanti all’Imperatore, sostenendo che in fondo si tratta di un popolo bambino, le cui azioni possono suscitare, al massimo, l’ilarità degli altri paesi europei. Ma Napoleone, nella lettera del 27 luglio, gli risponde con severità:
«Avete torto a pensare che gli italiani siano come fanciulli; c’è del malanimo in loro; non fategli dimenticare che io sono padrone di fare ciò che voglio, questo è necessario per tutti i popoli, ma soprattutto per gli italiani, che non obbediscono che alla voce del padrone. Essi non vi stimeranno se non in quanto si renderanno conto che conoscete bene il loro carattere doppio e falso».

Sovrumani silenzi (Giacomo Leopardi, parte seconda)

Leopardi non era un uomo visivo, ma riponeva ogni sua sensibilità nell’udito; per questo i Canti insistono tanto sui suoni, e sui confronti fra suoni («io quello / infinito silenzio a questa voce / vo comparando»). In particolare, lo commuove non tanto l’idea barocca della fugacità del tutto, quanto la fugacità dei suoni: se ripensa al mondo antico dei greci e dei romani, ciò che soprattutto gli viene in mente sono i suoni delle armi, dei cavalli, le grida, i carri: è un mondo acustico quello di cui Leopardi sente la mancanza. (Ben pochi hanno percepito in questo modo la classicità, e con un’intensità emotiva così grande.) E di nuovo, il silenzio in cui è caduto tutto questo concreto rumore è paragonato alla contemporaneità: «Or dov’è il suono / di que’ popoli antichi? or dov’è il grido / de’ nostri avi famosi, e il grande impero / di quella Roma, e l’armi e il fragorìo / che n’andò per la terra e l’oceàno? / Tutto è pace e silenzio, e tutto posa / il mondo, e più di lor non si ragiona. / Nella mia prima età, quando s’aspetta / bramosamente il dì festivo, or poscia / ch’egli era spento, io doloroso, in veglia, / premea le piume; ed alla tarda notte / un canto che s’udia per li sentieri / lontanando morire a poco a poco / già similmente mi stringeva il core».

Indicativo futuro indefinito

(Andando in bici a scuola.)

Serena: E’ già finito marzo! Sembra ieri che era cominciato!
Io: E’ proprio vero. Ma non solo con i mesi è così, anche con gli anni: ora siamo nel 2008, e in un baleno…
Serena: … in un baleno saremo nel 2200!
Io (un po’ scosso): Beh… anche… però nel 2200 non ci saranno più né la nonna, né papà, né la mamma…
Serena: Non ci saranno più?
Io: No, e non ci saranno più nemmeno Serena e Dorabella.
Serena (disorientata): Nemmeno Dorabella?
Io: No, amore. Non ci sarete più nemmeno tu e Dorabella.
(Momenti di riflessione. Poi, sollevata:)
Serena: Vabbè, però c’è tanto tempo. Noi siamo ancora delle bambine!

La mia sventura (Giacomo Leopardi, parte prima)

Non è così facile stabilire con chiarezza in cosa consista la sventura di cui Leopardi si lamenta quasi costantemente: non si tratta di ristrettezze economiche, essendo nato da famiglia nobile, né di una malattia, nemmeno quella causata dagli studi, ammesso che questi abbiano potuto causarne una. (La famosa gobba, sempre che sia qualcosa di diverso da un mito, ha un ruolo irrilevante in questo caso. Sarebbe veramente immiserire Leopardi ridurre a questo la sua infelicità.) Ma nemmeno le più ampie considerazioni filosofiche, il cosiddetto pessimismo cosmico, tanto citato nei licei, rendono conto di ciò che è successo veramente. Forse la verità è che Leopardi aveva trovato la sua felicità più completa durante gli anni di studio isolato nella biblioteca di Recanati, in quella confidenza totale con la cultura classica che lo aveva reso, inconsapevolmente, uno dei maggiori filologi italiani. Nascere come intellettuale, incapace di altro, vivere fino a diciassette anni immerso nella letteratura antica fin quasi a farne parte, immaginare il mondo e la vita futura come un prolungamento di quell’estasi classica: e poi all’improvviso scoprire, invece, la modernità, e la certezza che mai faremo parte di quella classicità che sembrava così reale. Questo scollamento emotivo è l’«apparir del vero». E che possa essere causa della sventura di una vita lo dice anche Poe all’inizio di Berenice: «the agonies which are, have their origin in the ecstasies which might have been».