Una teoria delle classi

(Sto infilando il pigiamino a Dorabella, mentre Serena fa il compito di matematica, a base di insiemistica.)

Io: Forza Dorabella, un piedino nel buco… l’altro piedino nell’altro buco… poi il braccio… l’altro braccio… Uno… due… tre… quattro.
Serena (dalla sua scrivania): Eccerto, i buchi del pigiama sono quattro.
Io: Ma perché mai non saranno cinque?
Serena: E no! Scusa, non abbiamo mica cinque mani!
Io (cercando di confonderla): Perché scusa, forse che abbiamo quattro mani?
Serena: No, abbiamo due mani!
Io: E allora come mai i buchi del pigiama sono quattro?
Serena (come continuando il suo compitino di insiemistica): Ma scusa… abbiamo solo due mani e solo due piedi, ma insomma… fanno quattro cose!

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Vita tumultuosa dei linguaggi

L’orecchio allenato percepisce differenze sempre più dettagliate nelle parlate locali, piccole inflessioni che differenziano il dialetto apparentemente uniforme in numerosi microdialetti, tutti collocati geograficamente, per cui talvolta si apprezzano differenze chiare nella fonetica in un parlante che vive a distanza di cinque chilometri da noi. Ma è inverosimile che differenze così sottili sopravvivano nel tempo, quando lo spostamento e la comunicazione sono così universali: e dunque bisogna pensare che ogni giorno muoiono, si confondono, si differenziano innumerevoli ricchezze linguistiche.

Il respiro della prosa kafkiana

La prosa kafkiana suscita spesso l’idea che la normale scansione in pagine del testo non renda a dovere il respiro del flusso narrativo. Ogni pagina è in realtà sempre troppo corta, e in generale anche disordinata per ospitare come converrebbe una così radicale disposizione dell’evento, l’invenzione onirica procede a ondate che risultano casualmente spezzettate fra le pagine. Il rotolo di pergamena sarebbe forse l’unico supporto capace di garantire uno svolgimento, anche letterale, dell’azione, consentendo di accoglierla a braccia aperte, con una adeguata ampiezza di sguardo.

La vocazione alla politica

Non sempre, e non dappertutto è stato così: ma qui e ora, per dedicarsi alla politica, è necessario rinunciare alle cose belle, umane e intelligenti della vita, accettare l’odio, la stupidità, la bassezza. Anche quando le si combatte – e forse combatterle bisogna – tuttavia queste cose sporcano. «Solo chi è assolutamente certo di non spezzarsi quando il mondo è troppo stupido o troppo volgare, solo costui ha la cosiddetta vocazione alla politica» (Max Weber).

La monetina di Euclide

Questo abbiamo imparato dai Greci: che la conoscenza serve a se stessi, non al profitto materiale. Sembra una banalità, oppure un’ingenuità, in ogni caso è sempre meglio ripeterlo, per non dimenticarlo.
«Avendo uno iniziato lo studio della geometria con Euclide, dopo aver imparato il primo teorema chiese a Euclide: “Ma cosa ci guadagnerò, dopo aver imparato queste cose?”. Allora Euclide chiamò lo schiavo e gli disse: “Dai a costui una monetina, perché ha bisogno di guadagnare dalle cose che impara”» (Stobeo, Anth., 2.31.114)