Sobrietà di Kafka

Kafka è realmente termine di paragone, perché tutto sembra enfatico rispetto alla sua scrittura. Il confronto con lui smaschera la letteratura troppo arrotondata, la letteratura da cantanti.

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10 pensieri su “

  1. Wir alle sollten uns nur bei Kafka bedanken, meine Liebe. E per proseguire il discorso di estetica, questa è l’ultima fotografia di Kafka, poco prima della morte. Non trovi che sia ancora bellissimo? (Come vedi, non sono mai imparziale, men che meno se si parla di Kafka).

  2. Sono d’accordo.
    E’ formidabile: un vero genio della letteratura moderna. Nel suo scrivere vi è il senso della profondità della cose. Ma qui credo conti molto l’elemento ebraico del personaggio. O mi sbaglio?

  3. Quando vedo la foto, ora mi viene da ridere perché mi ricordo quel che dice Serena 😀 😀 😀
    Comunque, Angela è in una botte di ferro, insuperabilmente innamorato come sei di Kafka.

    (Ora lo so che sono stur, testona e testarda e non mollo l’osso, come un botolo rabbioso, ma secondo me se Kafka è così eccelso, lo deve anche alla bellezza, alla plasticità, alle geometria della lingua tedesca :))

  4. @ lischen e PierreLouis: fa piacere poter dare ragione a entrambi. La lingua tedesca è sicuramente fondamentale nel creare la magia delle geometrie kafkiane, ma nel caso specifico non potrebbe funzionare così bene senza quel vago senso di estraneità che in Kafka le deriva dalla tradizione ebraica. In un passo molto curioso e bello dei Diari, Kafka scrive: «Gestern fiel mir ein, daß ich die Mutter nur deshalb nicht immer so geliebt habe, wie sie es verdiente und wie ich es könnte, weil mich die deutsche Sprache daran gehindert hat […] “Mutter” ist für den Juden besonders deutsch, es enthält unbewußt neben dem christlichen Glanz auch christliche Kälte, die mit Mutter benannte jüdische Frau wird daher nicht nur komisch sondern auch fremd. Mama wäre ein besserer Name, wenn man nur hinter ihm nicht “Mutter” sich vorstellte.» (24.10.1911) Nel tedesco in generale non si possono evitare “lo splendore e la freddezza” del cristianesimo, ma nel tedesco di Kafka si insinua il calore del ghetto. E’ quello che Deleuze e Guattari, nella loro insuperata monografia su Kafka, chiamano “fare un uso minore di una letteratura maggiore”.

  5. Forse potrebbe essere interessante chiedersi: quand’è che si canta? Auden, che come me amava soprattutto la musica vocale (anche se a differenza di me propendeva per “l’orrido / repertorio operistico / con qualche preferenza / per il peggiore” – ma che cos’è che perverte i gusti musicali dei geni della letteratura?) ha cercato di spiegarlo: “People do not sing when they are feeling reasonable”. Forse è per questo che la mia predilezione va a quella che probabilmente per te è “letteratura da cantanti”, e che la mia incompatibilità con Kafka è così assoluta. Sicuramente è per questo che non potrei scrivere una sola parola sul mio blog. La meraviglia (come il canto) esautora il linguaggio.

  6. Carmen, parto dalla fine per arrivare all’inizio: io credo sia un peccato che nel tuo mirabile blog (a proposito del quale scriverò a breve in breve) tu abbia programmaticamente rinunciato al linguaggio critico. Vorrebbe dire forse che ti compiaci nel “not feeling reasonable”? Lo escluderei, a prima vista. Hai naturalmente scritto in generale molto più di me e molto più seriamente, e la rigorosa consequenzialità delle tue argomentazioni è nota in tutte le yeshivoth da qui a Vilnius. L’assenza della tua parola, lungi dal regalarci l’entusiasmo preverbale o menchemeno l’obiettività, può solo impoverirci.
    Inoltre, è ovvio che “letteratura da cantanti” non implica una svalutazione della musica vocale; puoi pensare che io, io direi questo? E’ solo un modo per indicare la letteratura di chi vuole mettersi in mezzo al palcoscenico a fare bella figura coi vocalizzi. (L’unico rischio, come dico nel post, è che dopo il confronto con Kafka quasi ogni letteratura ci appaia tale.) E’, tra l’altro, una metafora kafkiana, ora che ci penso. Nel racconto “Undici figli” Kafka passa in rassegna alcuni suoi racconti – presentati come figli – criticandoli aspramente. Di uno dei più famosi (“Il messaggio dell’imperatore”), che “piace” secondo lui con facilità eccessiva, scrive: “Il mio terzo figlio è bello, ma di una bellezza che non mi piace. E’ la bellezza del cantante: la bocca arcuata; l’occhio sognante; la testa che ha bisogno di un drappeggio dietro di sé per fare il suo effetto; il petto che si gonfia sconfinato; le mani che si alzano leggere e fin troppo leggere si abbassano; le gambe che si muovono leziose, perché non sono in grado di sostenere.” L’autocritica ci sembra come al solito troppo severa, ma l’insofferenza verso ogni tipo di enfasi in letteratura a me, personalmente, sembra apprezzabile.
    Infine, la tua comprensione di Kafka è profonda, e gli ultimi capitoli della monografia scontano – ahimè – pesantemente il venir meno del tuo controllo feroce e raziocinante.

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