L’irreversibilità del mondo è soltanto apparenza


(Bagnetto mattutino. Casualmente ho lavato prima Dorabella, e Serena è colta da uno dei suoi capricci assurdi, per cui voleva assolutamente essere lavata prima lei.)

Serena (lagnosissima): Volevo essere lavata prima io! Non è giusto però! Papà, dovevi lavare prima me!
Io
(risoluto): Serena, non fare capricci assurdi. Non c’è nessun motivo per cui tu debba essere lavata prima, è assolutamente lo stesso. E poi guarda, anche se volessi, ormai Dorabella l’ho lavata! Non si può tornare indietro! Cosa dovrei fare?
Serena (guardando con odio la sorella): Risporcala!

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L’ingenuità di Don Giovanni

«Pentiti scellerato!». Una simile opportunità di pentimento, per di più offerta dal suo più acerrimo nemico (si ricordi sul monumento funebre: «… qui attendo la vendetta») e che spalanca improvvisamente al peccatore la salvezza per mano di chi ne ha desiderato fino a quell’istante la perdizione, è un’incongruenza teatrale clamorosa e apparentemente insanabile, e sembra incredibile che passi del tutto inosservata da tutti gli spettatori del Don Giovanni. Non era così, per esempio, in Tirso de Molina, dove il Commendatore si limitava a trascinare Don Giovanni all’inferno approfittando della sua ultima tracotanza (e compiendo così, linearmente, la promessa di vendetta), né in Molière, dove la salvezza e la perdizione sono offerte da due figure diverse. In Mozart invece (non per la prima volta, ma per la prima volta significativamente) vendetta e salvezza sembrano provenire dalla stessa mano, e questo è il vero paradosso. – Ma non è così, naturalmente: l’esortazione a pentirsi, con tutto il suo contorno di soprannaturalità, viene offerta a Don Giovanni nella piena certezza preliminare che essa verrà rifiutata. Quando esiste anche un minimo dubbio che il peccatore potrebbe accettare una salvezza che gli viene offerta da una mano evidentemente ultramondana (che è come dire: in tutti i casi ordinari), allora tale opportunità evidentemente non si realizza; ma Don Giovanni è un’eccezione, e il cielo può concedersi questo spasso, sapendo già in anticipo che, per orgoglio, l’offerta sarà rifiutata. Dunque, nel caso di Don Giovanni, c’è solo derisione, c’è un inganno divino nel quale il libertino ingenuamente cade subito. «Risolvi!» «Ho già risolto».

Definire l’uomo

La prima frase del libro più grande di Aristotele recita: «Tutti gli uomini per natura tendono alla conoscenza» (Metaphysica, 1.1). Si potrebbe comicamente osservare  che mai un libro tanto ammirato è iniziato con una falsità più evidente: e che è difficile prestare fede a chi, fin dall’inizio, sbaglia in modo così grossolano. Va notato però che questa non è una descrizione o una constatazione, ma una definizione: Aristotele non afferma qui una caratteristica antropologicamente condivisa, ma al contrario fissa uno standard minimo definitorio dell’umanità. Tutti quelli, e solo quelli, che tendono al sapere possono definirsi uomini. Il senso giusto viene attribuito alla frase dalla precisazione «per natura» (physei): è questa la natura dell’uomo, il voler sapere di più, e chi non esibisce tale caratteristica è, propriamente, partecipe della sola natura animale. Non vale la pena di essere uomini se si rinuncia a conoscere, a conoscere ogni giorno di più. La definizione dell’uomo che inaugura la Metafisica è elitaria, ascetica, esclusiva: fissa la meta più alta, e la descrive come il minimo ammissibile.

Che ore sono?

(Tardo pomeriggio piovoso. Ho appena preso le bambine all’asilo, le ho messe sul sedile posteriore dell’auto, e mi sono avviato verso casa. Dopo un po’, Serena fa una domanda.)

Serena: Papà! Che ore sono?
Io (dando una rapida occhiata all’orologio del cruscotto): Sono le cinque e mezzo.
Serena: Ah! Io lo sapevo già!
Io (sorpreso): E come facevi a saperlo?
Serena: Perché avevo guardato l’orologio stamattina prima di partire per la scuola.
Io (razionale): Serena, non puoi sapere adesso l’ora se hai guardato l’orologio stamattina.
Serena (arrendevole): Ah, già, è vero… (ci pensa un po’.) No, sapevo già che erano le cinque e mezzo perché anch’io ho cinque anni e mezzo! L’orologio ha la mia stessa età.
Io (sbalordito): Serena!
Serena (comprensiva): Niente, niente, non dicevo mica a te… stavo parlando fra sé e sé.

La puntigliosità di Socrate

Il merito più grande della maieutica socratica – quello che altri chiamerebbero il suo razionalismo – è l’abitudine alla puntigliosa misurazione delle distanze fra linguaggio e realtà. «Vediamo cosa vuole veramente dire ciò che hai detto». E’ il tentativo di depurare l’argomentazione dai residui emotivi, che si manifestano come imprecisione lessicale, per capire davvero qual è l’oggetto reale del contendere; un tentativo che fallisce solo quando, per confutare una affermazione imprecisa, si fa ricorso al topos (poi in Aristotele: alla «opinione comune»), il cui valore di sicura referenzialità è solo apparente.