Nei vecchi cassetti

In un vecchio cassetto che non aprivo da molto tempo (simile forse al cassetto curvo, con i cardini su un lato, che stava nella specchiera della stanza dei miei genitori) frugavo con la mano in mezzo a vecchi oggetti alla rinfusa. Così facendo mi accorgevo che due di essi, un piccolo gomitolo di lana di ferro e una specie di piccolo ditale stretto e allungato, simile a un supporto per viti a espansione (però metallico), emettevano, percuotendoli in mezzo agli altri oggetti, un tintinnio modulato: potevo così suonare, ad esempio, l’inno alla gioia. Ma quando incuriosito li estraevo dalla cianfrusaglia per osservarli meglio, e per chiarire come facevano a suonare, perdevano questa capacità, e la modulazione si appiattiva fino a emettere un suono solo, come è normale che sia in un oggetto metallico.

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Reboot



(
Angela sta imparando a usare il computer, ed è ai primi passi. Tornando a casa la trovo infuriata davanti allo schermo impallato su una pagina.)

Angela: Non ne posso più! Non riesco a sbloccarlo! Sono stufa!
Io: Ma hai provato a spegnerlo e riaccenderlo?
Angela (esasperata): Certo! Almeno mille volte! E tutte le volte mi si riferma sulla stessa pagina!
Io (insospettito): Scusa, ma quale pulsante hai premuto per spegnere il computer?
Angela (indicando il pulsante dello schermo LCD): Ma questo naturalmente! E tutte le volte mi ricompare la stessa pagina!

Un desiderio breve

Parlando del matrimonio al nobile Don Ottavio, la nobile Donn’Anna lo definisce «un ben che lungamente / la nostr’alma disia» (atto II, scena 16). Rispetto a ogni altro modus vivendi, nobile o borghese, don Giovanni invece si distingue per il desiderio breve. Il tempo lungo è per lui impensabile perché la coscienza della brevità complessiva dell’esperienza umana è in lui così forte, che lo spinge piuttosto alla suddivisione infinita dell’istante, secondo il noto procedimento, logicamente impossibile ma emotivamente ben motivato, della reductio ad infinitum del tempo (impossibile perché richiede anch’esso un tempo infinito per essere accertato). Il tempo lungo di donn’Anna e don Ottavio invece definisce insieme la loro classe sociale e la loro stupidità.

Sulla classicità di Kafka

Si legge in Enten-Eller che solo il Don Giovanni fa di Mozart «un compositore classico e lo rende assolutamente immortale […] Con il Don Giovanni egli entra in quell’eternità che non sta al di fuori del tempo ma nel cuore di esso, che non è nascosta da un velo agli occhi degli uomini, in cui gli immortali non sono accolti una volta per tutte, ma costantemente sono accolti, mentre la generazione passa innanzi a loro e volge verso di loro lo sguardo, si bea del contemplarli, va nella tomba, e la generazione seguente cammina di nuovo innanzi a loro e s’illumina della loro contemplazione» (Enten-Eller, tomo I, pp. 111-112, Adelphi, Milano 1993).

Se si intende la classicità come fissazione all’interno del canone, come stabile acquisizione del metodo interpretativo (all’incirca ciò che Kierkegaard vedeva nel Don Giovanni mozartiano, la cui funzione era ormai solo quella di essere goduto da una generazione dopo l’altra), allora l’opera kafkiana è ancora distante dall’essere integrata nella classicità. La nostra coscienza della specificità kafkiana è ancora troppo emergente per essere fissata in forma utilizzabile; alla semplice domanda «come leggere questo testo» non si può dare risposta con gli strumenti tradizionali, essa esige una modalità interpretativa radicalmente altra (non mistica, ma che unisca razionalità e alterità). Per l’ostacolo costituito dalla ricorsività, l’interpretazione è sempre in ritardo rispetto all’opera, la grandezza del contemporaneo deve necessariamente sfuggire all’interprete, e questo non per il luogo comune che vuole la grandezza sempre incompresa, ma in forza di una regola logica per la quale, quando si tratta di lettura di un testo, non è possibile interpretare ciò di cui si fa parte. Questo è per Kafka tanto vero, che abbiamo avuto bisogno di quasi un secolo per capire che gli strumenti interpretativi tradizionali erano idonei alla letteratura prekafkiana, ma fallivano l’essenziale nel caso di Kafka: da qui la molteplicità delle interpretazioni, che, come si legge nello stesso Kafka, è solo espressione di disperazione dell’interprete. E’ dunque la nostra insufficienza ermeneutica a mantenere Kafka al riparo dalla classicità.