Fallacia del ragionamento induttivo (Serena contro Popper)


(
Dorabella ha fatto la cacca.)

Serena (ridendo): Come puzza la cacca di Dorabella!
Io: Beh, non è che la tua sia profumata, di cacca.
Serena: E’ vero! Non ho mai incontrato una cacca profumata!
Io: Nemmeno quelle del cane e del gatto lo sono.
Serena: E’ vero.
Io (provocatorio): Però la cacca di coccodrillo è profumata.
Serena (ridendo forte): Ma dai! Non è vero assolutamente!
Io: Scusa, ma hai mai incontrato una cacca di coccodrillo?
Serena: No.
Io: E allora come fai a sapere che non sia l’unica cacca profumata del mondo?
Serena
(seria seria): Papà… Non fare lo sciocchino, su.

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Il pugno di Dio

«Tutte le saghe e tutti i canti nati in questa città sono colmi di nostalgia per quel giorno di cui narrano i profeti, in cui la città sarà sfracellata da un gigantesco pugno, con cinque colpi in rapida sequenza. Anche per questo la città ha un pugno nel suo stemma».
Commentando questo passo tratto dal frammento kafkiano Lo stemma della città, Carmen mi ha scritto: «Per me i cinque colpi successivi che distruggono la città (che distruggono *qualsiasi* città come luogo della razionalità terrena e della teleologia umana e materiale) sono i cinque libri della Torah con la loro logica inassimilabile».
Per parte mia, leggendo questo passo non avevo mai riflettuto sul numero cinque che vi compare, e sulla curiosa coincidenza col numero dei libri del Pentateuco. Ma soprattutto, in questa interpretazione, colpisce l’idea che i cinque libri della Torah non siano dati agli uomini per la loro gioia (come nella nota festa ebraica della Gioia per la Consegna della Torah), ma come malleus pravorum quando questi si permettono di identificare una qualsiasi logica con la "razionalità" tout court. D’altronde, cinque sembra essere il numero giusto per conculcare il male. Mi viene in mente l’inizio del concerto per violino di Beethoven, con i famosi cinque colpi di timpano, o ancor di più l’incipit del Dies Irae di Verdi, con quegli straordinari cinque colpi iniziali, seguiti da una cascata di note cromatiche, che davvero sembrano i cinque colpi della Torah sulle nostre povere città occidentali. Possano scendere per davvero.

Nietzsche a Genova

«In verità le faccende umane non sono meritevoli di grande cura; tuttavia è necessario occuparsi di esse; il che non è un piacere.» Platone, Leg. VII, 803b. E’ questo il passo che viene in mente a Nietzsche per le vie di Genova, come riferisce il commovente aforisma 1, 628 di Umano, troppo umano: «All’ora del crepuscolo, udii a Genova un lungo suono di campana, proveniente da una torre: sembrava non finisse mai, e risuonava, come insaziabile di se stesso, al di sopra del brusio dei vicoli perdendosi nel cielo serale e nell’aria salmastra, così sinistro e allo stesso tempo così infantile, così malinconico. Allora mi ricordai delle parole di Platone, e d’un tratto me le sentii nel cuore: tutte le cose umane, nel complesso, non sono degne di essere prese molto sul serio; e tuttavia –». E tuttavia bisogna.

Della risoluzione non verbale dei conflitti

(A tavola. Serena in questo periodo sta imparando i nomi dei colori.)

Serena (indicandomi un bicchiere rosso): Ecco, questo è arancione!
Io: Veramente, è rosso.
Serena (con ostinazione, quasi volessi privarla della sua libertà di nominazione): No! Per me è arancione!
Io (che vorrei essere preciso anche nei dettagli): Va bene, va bene, allora diciamo meglio che la maggior parte delle persone, anche se non tutte, vedendo questo bicchiere direbbe che è rosso.
Serena: E va bene, papà, se proprio vuoi dico che per te è rosso, ma io… hm…. però… ecco… io… io allora mi do una botta sulla testa! (esegue.)