Notte e giorno

Era stata una giornata assai buia e piovosa, ai primi di gennaio. Ho letto tutto il pomeriggio, con la luce accesa, come se fosse notte; poi, a sera tardi, sono andato a dormire. Mi sono svegliato durante la notte, e in cucina, dove sono andato a bere, ho visto il quadrante dell’orologio che segnava le quattro; tornato a letto, mi sono riaddormentato, e ho sognato di svegliarmi, e vedere l’orologio digitale presso il letto che segnava le ventitré. «Come! Ho dormito tutto il giorno?» «Sì, dovevi essere stanco» «Ma se mi sono alzato ed erano le quattro di notte!» «No, erano le sedici, ma il tempo era tanto buio e piovoso che hai creduto fosse notte; ed era giorno. Adesso, invece, è notte.» Dopo poco, mi sono svegliato realmente, perché è suonata la sveglia. Erano le sei e trenta, ma era ancora completamente notte, e non sapevo più bene se ero sveglio, se dormivo, se era giorno, se era notte.

Annunci

Morire per amore

Nel febbraio del 1997, un anziano di 83 anni era ricoverato al quinto piano di un ospedale di Praga, per un lieve malessere. La finestra davanti al letto era grande e con un ampio davanzale; poiché l’anziano aveva poco appetito, distribuiva parte del suo vitto ai piccioni che si raccoglievano sul davanzale. Un giorno i piccioni non si fecero vedere, tranne uno, che si ritraeva, lontano dalla finestra. L’anziano provò ad allungargli qualcosa, ma il piccione, spaventato, si allontanò ancor di più lateralmente alla finestra. Allora l’anziano – che era ancora agile per la sua età – si sedette sul davanzale per raggiungere meglio il piccione ritroso, e con uno sforzo gli tese un pezzetto di pane, sorridendo fra sé per quella timidezza. Ma proprio mentre deponeva con delicatezza il pane davanti al piccione, fu come se il davanzale di pietra si inclinasse, facendolo scivolare verso l’esterno, e improvvisamente sentì l’aria invernale di Praga che gli soffiava dentro le narici, l’orizzonte lontano che balzava verso l’alto, il parcheggio sottostante che si avvicinava rapidamente, il cemento.
Così moriva Bohumil Hrabal, l’autore di Vuole vedere Praga d’oro? e Treni strettamente sorvegliati, il più grande scrittore che la letteratura cèca abbia mai avuto.

Critica e letteratura, critica contro letteratura

Sotto un certo punto di vista, un libro di critica letteraria coinvolge di più di un romanzo: perché chi scrive di critica è dalla nostra stessa parte della barricata, fa parte della schiera dei fruitori del testo, non dei creatori, dunque esprime opinioni che, posizionalmente, avremmo potuto esprimere noi stessi; ci sentiamo quindi in diritto di correggerlo, contraddirlo o approvarlo come si fa con un fratello. Davanti alla scrittura creativa, invece, il nostro ruolo è sempre complementare, riceviamo ciò che ci viene donato, e possiamo solo decidere se fa per noi oppure no.

Il doppio

Come chiunque sa, e come Freud ha spiegato in modo definitivo nel saggio sul Perturbante, nulla suscita un orrore più profondo del vedere se stessi moltiplicati nel mondo esterno; ogni persona normale proverebbe inquietudine nell’incontrare una replica di sé, e gli spiriti più nobili vorrebbero anzi sottrarsi al mondo, mantenendo nella solitudine la propria unicità. Da qui la famosa affermazione che si trova in Borges, secondo la quale «gli specchi e la paternità sono abominevoli, perché moltiplicano l’apparenza»; o lo stupore terrorizzato di Pascal, che immaginava infiniti mondi tutti uguali, ognuno dei quali conteneva a sua volta altri mondi infiniti, e all’interno di ognuno egli vedeva la propria immagine effroyable.
Non così per chi contribuisce a rendere peggiore il mondo: costui spesso si compiace del proprio doppio, ambisce a riempire di sé l’universo, sia pure in forma sempre identica, come una moltiplicazione infinita della propria miseria. Questo è l’orribile ritratto che ho letto ieri nel Corriere della Sera, un’infamia di cui il giornalista (tale Galluzzo Marco, a me ignoto) nella sua smania celebrativa non sembrava rendersi minimamente conto:
«Chi gli fa letteralmente girare la testa è il primogenito della figlia Marina, quasi quattro anni. Quando può, Berlusconi passa le ore a giocarci. Come tutti i nonni che si emozionano e perdono la testa per i nipoti: "Ha cominciato persino a imitarmi. Mette le mani in tasca come faccio io. Cammina come me, mi fa i versi, mi prende in giro. E soprattutto ha il mio carattere, sono impazzito per quel bambino"».

Del potere

Il potere, com’è noto, non ha alcun senso: non esiste cioè una giustificazione realmente ragionevole del suo esercitarsi, e ogni parziale motivazione che viene addotta (ad esempio, un ordinato svolgersi della vita comune) si mostra subito, a occhi attenti, come travestimento e sovrastruttura di una pulsione più profonda, di un rapporto umano molto più generale che prevede, da un lato, la volontà di avere la meglio, di imporsi sul compagno di specie; dall’altro, il desiderio speculare di sottomettersi e di subire il potere altrui. Nella sua forma più generale, la gerarchia non ha altra funzione che non sia l’istituzione di questo rapporto speciale, che primariamente soddisfa due pulsioni complementari, e che solo come effetto collaterale pretende di coordinare le attività umane affinché progrediscano in buon ordine – senza tuttavia sapere con precisione quale possa essere la meta di tale progresso.
Nel testo kafkiano del Processo, così ricco di gerarchie, viene sempre descritta questa forma generale ed essenziale del rapporto di potere: la struttura speciale dell’organizzazione gerarchica slitta sempre nell’indefinito, anche perché nel tribunale vige, nel complesso, un’organizzazione diversa dalle ordinate gerarchie cui K. è abituato; non è facile descrivere questa scala di potere, nella quale ogni singolo elemento della gerarchia riassume l’intera gerarchia. Questi i punti fondamentali:
a)    il rapporto di potere è costituito sempre da due soli attori, il dominante e il dominato, e questo anche quando il dominante (per esempio un giudice) sembra governare il destino di molte persone; in realtà, per il principio di privatezza della legge, viene sempre descritto il rapporto fra il singolo giudice e il singolo imputato.
b)    I due ruoli possono subire improvvisi capovolgimenti, e questo perché il vettore del rapporto di potere ha una lunghezza e una direzione, ma non un verso: è cioè ambiguo non per accidente, in questo o quel caso particolare, ma nella sua essenza stessa.
c)    Le insegne della debolezza sono sempre dalla parte di colui che, in quel momento, domina. Ciò è una conseguenza, in primo luogo, del principio di resistenza al testo: la corrente di forza che proviene dal dominatore viene subito contrastata e problematizzata (cioè resa più complessa) da un movimento testuale di direzione opposta, che indebolisce – solo nell’apparenza esteriore – colui che sta esercitando il potere. Va da sé che questa trasfigurazione della forza in debolezza non diminuisce affatto la sua efficacia, anzi – come in qualunque ritorno del rimosso – ne moltiplica l’energia. (Analogamente, lo sforzo di Gregor Samsa a mantenersi ruhig, «tranquillo», non può che amplificare il perturbante della situazione.)
d)    Nello stabilire la direzione del rapporto gerarchico e/o segnalare la debolezza, i vestiti giocano sempre un ruolo di primo piano; e la pesantezza del vestito (o, nel caso dei sorveglianti del primo capitolo, la sua complessità) dimostra, come una corazza, l’inattaccabilità di chi lo indossa. L’avvocato è in questo capitolo in posizione analoga a quella di K. nel primo, ma la corrente del dominio è invertita.
e)    La pulsione sadomasochistica che dà forza emotiva al rapporto gerarchico (e che era stata descritta in forma pura nel Bastonatore) si può esercitare, a rigore, solo fra soggetti di sesso maschile; e questo non perché vi sia una pulsione omoerotica latente, ma perché deve essere preservato il carattere reversibile del rapporto. Quando non ha carattere salvifico , l’elemento femminile si presta certamente al rapporto sadomasochistico, ma questo allora ha la caratteristica di non essere reversibile. La lavandaia, in Cancellerie, è trattata da Bertold e da K. come un qualunque oggetto inanimato, ma a differenza di K. (che in fin dei conti subisce lo stesso trattamento all’interno delle cancellerie, e nel finale) non se ne rende neppure conto, perché era fin dall’inizio un elemento quasi inorganico della narrazione. (Nel caso della lavandaia, l’azzeramento della psicologia arriva quasi all’estremo.)
f)    La deriva paranoica di Josef K. si manifesta nella convinzione costante di essere sempre, in ogni rapporto di potere, nella parte dominante, anche quando tutto nella situazione narrativa testimonia il contrario. Questa certezza gli deriva da un luogo comune della retorica: colui che è in possesso della logica più rigorosa, e sa far valere l’argomento migliore, è anche colui che occupa nell’agone retorico la posizione dominante: e anche se dovesse avere la peggio sul piano fisico, non verbale, mantiene in ogni caso la superiorità etica di chi comunque “era dalla parte della ragione”. Purtroppo questo luogo comune si dimostra inefficace quando si considerano gli interlocutori di K.: il tribunale non riconosce la premessa maggiore, e cioè che esista un’argomentazione logica verbale riconosciuta da tutti, per cui non si prende nemmeno in considerazione la premessa minore, e cioè che K. stia usando quell’argomentazione in forma corretta. Perciò la violenza situazionale e priva di argomentazioni che K. subisce non salvaguarda la sua superiorità etica, la quale è demolita contemporaneamente al suo pregiudizio di superiorità retorica. Nel rapporto di potere, K. è nella parte del dominato in virtù di un banale malinteso, del quale però sconta tutte le conseguenze. Il risultato finale è un disorientamento disforico, un “non mi ci raccapezzo” (Wittgenstein, Philosophische Untersuchungen, §123) che però il protagonista non può mai abbandonare, ma cui è costretto a tornare continuamente .

L’essenza della bellezza

(Prendo Serena a cavalcioni sul collo, e la porto davanti a uno specchio.)

Io: Chi è più bello, papà o Serena?
Serena (ridendo): Ma Serena!
Io: E perché saresti più bella tu?

Serena (incerta sulla motivazione da dare, poi con sicurezza): Perché ho un vestitino bellissimo, non lo vedi?
Io: Va bene. Allora la prossima volta il tuo vestitino me lo metto io, così sarò più bello io.
Serena (ride): Ma no! Sarò più bella io lo stesso!
Io (che non demordo): E perché mai allora?
Serena: Tu sei brutto perché hai i baffi.
Io: Ma! Io non ho affatto i baffi.
Serena: Però sembra che tu li abbia!
Io: E perché quelli con i baffi sono brutti?
Serena: Perché assomigliano a Zorro.
Io: E Zorro è brutto?
Serena: Sì. Infatti con la sua spada uccide un sacco di gente!

Superiorità dell’Occidente

Intorno al 78 dopo Cristo, i Romani conquistarono la Britannia. Giulio Agricola, il principale artefice della conquista, pensò che difficilmente sarebbe riuscito a mantenere sottomessi i Britanni se non avesse contemporaneamente estirpato anche le loro tradizioni culturali: così, fomentò il disprezzo verso i costumi barbari, presentando al contempo il modo di vita romano come superiore e più avanzato. Il programma ebbe un successo insperato: anche coloro che prima disprezzavano il suono stesso della lingua latina, desideravano ora, spinti da emulazione, appropriarsi dell’arte oratoria. «Di qui venne ai Britanni l’abitudine al nostro modo di vestire e l’uso frequente della toga: a poco a poco essi si abbandonarono anche alle seduzioni dei vizi, alle raffinatezze dei portici, dei bagni, dei conviti. Ignari, essi chiamavano tutto questo "civiltà", mentre altro non era che una parte della loro schiavitù (idque apud inperitos humanitas vocabatur, cum pars servitutis esset)». Tacito, Agricola, 21, 3