Sotto lo sguardo del killer

Il killer deve guardare la vittima negli occhi; altrimenti non è killer in senso proprio, ma più banalmente uno strumento casuale di una disgrazia qualsiasi.

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La storia non si ripete

La persona anziana (e anche il grande filosofo, il grande scrittore) ha l’impressione di capire tutto ciò che avviene intorno a lui: riconosce meccanismi che ha vissuto in precedenza, ma che stavolta comprende meglio, e pensa di sapere come andranno a finire. «Capisco tutto!», dice a se stesso, mentre nessuno lo sta a sentire. In realtà egli ha torto, perché la parola “capire”, essendo mutato il contesto, ha mutato essa stessa il suo significato. La falsa impressione che tutto si ripeta (come dice Lucrezio, «eadem sunt omnia semper») deriva dall’incapacità metalinguistica di ragionare sulle condizioni di comprensione della storia. Quest’ultima, di per sé, è sempre radicalmente diversa, sempre – per principio – non prevedibile.

Senza fretta

Jan Potocki, nobiluomo polacco, autore del labirintico romanzo Manoscritto trovato a Saragozza, possedeva una bella zuccheriera in argento, il cui coperchio si sollevava con un pomello a forma di fragola. Ogni mattina, per anni e anni, prima di fare colazione, lo scrittore dava un colpo di lima, e soltanto uno, al pomello; il quale, con il tempo, perse la sua forma originale e divenne sferico, e poi, lima dopo lima, sempre più piccolo.
Infine nel 1815, quando il pomello raggiunse il diametro giusto, Potocki lo staccò, lo fece scivolare nella canna della sua pistola e senza esitare si sparò alla tempia.

Primo dialogo filosofico di Dorabella

(Con l’intento di dimostrare che le parole sono, anzitutto, elementi isolati muniti di senso; e a dispetto di ogni olismo semantico, anche così possono avere un valore comunicativo.

Angela sta mostrando con fierezza alle amiche i nuovi dentini di Dorabella. Tenta di aprirle la bocca in ogni modo, ma la bambina mostra una comprensibile resistenza.)

Angela: Ormai ha un sacco di denti, anche i canini! Dorabella, fa’ vedere i canini!

Dorabella (immediatamente, e come per un riflesso automatico): Bau! Bau!

L’albero a destra del segnale

Il passo di Kierkegaard citato nel post precedente può essere d’aiuto anche per mettere a fuoco un principio interpretativo fondamentale per la comprensione di Kafka. Il testo kafkiano non è un testo a chiave: vale a dire, non è fatto di simboli che alludono a qualcosa di diverso dal testo, come invece gran parte degli interpreti ha creduto per parecchi decenni. La possibilità di enumerare gli infiniti possibili referenti del simbolo rende altrettanto infinita (e quindi inutile, decostruzionista) l’interpretazione. In realtà, in Kafka il senso sta nell’evento come la direzione sta nel disegno di una freccia; e cioè non all’interno né all’esterno, privo di un referente e tuttavia decisivo nel determinare la direzione del flusso di testo. Come il deittico di "Qui si stira", il simbolo kafkiano determina un senso del testo, non un referente altro. La trappola in cui cade il lettore ingenuo consiste nel cercare un referente additato da un testo criptico, mentre il testo non è criptico, e ogni indicazione è invece un’indicazione di verso. Se, in un segnale stradale, vedo una freccia rivolta a destra, ne deduco che dovrò svoltare a destra, non che qualcuno voglia attirare la mia attenzione sull’albero che, casualmente, si trova a destra del segnale. Anche qui, dunque, è una questione di gerarchia di codici. La direzione del testo è il significato del testo; ogni singola svolta del labirinto è l’uscita dal labirinto.

Un commento a Kierkegaard, ovvero: la filosofia è complicata perché il linguaggio lo è

«Quel che i filosofi dicono della realtà spesso è deludente, come quando da un rigattiere si legge su un’insegna la scritta “Qui si stira”. Se si venisse a far stirare il proprio abito si resterebbe ingannati, poiché l’insegna è semplicemente in vendita.» (S. Kierkegaard, Enten-Eller, tomo I, Diapsalmata)

Nel ricordarmi questo passo, Carmen mi faceva notare il sapore wittgensteiniano del concetto. Questa intuizione coglie nel segno. Non è infatti il semplice equivoco dal rigattiere a rendere profondo l’esempio di Kierkegaard; si potrebbe pensare di confrontarlo con quel famoso cartello nella bottega di una pelletteria: «Si confezionano borse anche con la pelle dei signori clienti». Anche qui c’è un equivoco, ma questo è più banalmente basato sull’ambiguità (sintatticamente determinata) del referente di "pelle". – Nel testo di Kierkegaard invece entrano in gioco la filosofia dei deittici (qui, questo, quello) e il concetto wittgensteiniano di "label". Quando usiamo i deittici (nell’esempio di Kierkegaard, qui) siamo sempre ambigui, come sapeva anche Achille Campanile (il quale sosteneva che l’inglese e l’americano, nonostante le apparenze, sono lingue assai diverse; per esempio, “I am here” vuol dire “sono in Inghilterra” in inglese e “Sono in America” in americano). Per evitare l’ambiguità, il deittico viene automaticamente inserito dal linguaggio in una gerarchia di codici che ti consente di interpretarlo secondo un algoritmo ben preciso: se qualcuno dice “qui”, ad esempio, non possiamo prescindere dal luogo in cui si trova il locutore. Nel caso del label in questione, il codice gerarchicamente superiore a quello testuale è quello situazionale: se tu arrivi dal rigattiere con un vestito spiegazzato, è perché non hai interpretato il fatto che quel cartello stava in vetrina, e non, per esempio, appeso sulla porta. (Prova a immaginare che fosse sulla porta: si è subito indotti a pensare che il rigattiere arrotonda lo stipendio stirando – a meno che non esista un improbabile codice secondo cui la merce viene appesa sulla porta. Oppure, prova a immaginare che nella vetrina di una stireria tu veda un’insegna con sopra scritto “Rigattiere”. Penseresti che la stiratrice tenta di vendere una vecchia insegna, e non che abbia cambiato mestiere – anche se in realta’, vendendo, come fosse un rigattiere, un’insegna con su scritto “Rigattiere” si entra in un interessante loop, che però non staremo qui ad analizzare). – Orbene, essendo il codice situazionale gerarchicamente superiore a quello testuale, tu prima di accedere al testo ti predisponi all’analisi corretta di ogni eventuale deittico presente nel label. Così, quando prima vedi l’insegna in vetrina, e poi leggi “Qui si stira” intendi subito “qui” non nel suo senso di “nel luogo labelled da questa insegna”, ma “nel luogo in cui questa insegna si trova quando ubbidisce al suo codice situazionale convenzionale”. Così il tuo ragionamento algoritmico scende giù per la gerarchia dei codici impedendo, salvo ambiguità vere, ogni equivoco. (Nota bene, fra l’altro, che questa è la situazione più semplice. Molto più complessa sarebbe la situazione se sul cartello fosse scritto “Qui NON si stira”. Avremmo allora una situazione confrontabile con il famoso quadro di Magritte della pipa con scritto sotto “Ceci n’est pas une pipe”). Naturalmente la discussione del caso potrebbe continuare, perché sorge subito l’interessante domanda su chi e che cosa rendano convenzionale il codice giudicato come tale, e soprattutto chi stabilisca la gerarchia dei codici. (Anche questo, naturalmente, è un classico problema wittgensteiniano. Il testo non può labellare se stesso, ma si mostra qual è. La superiorità gerarchica della forma logica non può essere detta in parole dalla proposizione che di quella forma logica è portatrice. Siamo al di là delle parole, secondo il Tractatus). – Ma tutto questo riguarda solo la forma dell’esempio di Kierkegaard, non la sua sostanza (era però necessario dirlo, per chiarire il sapore wittgensteiniano del testo). La sostanza, però, è straordinariamente coerente con la forma – e questo perché Kierkegaard è notoriamente un grande filosofo. In particolare Kierkegaard non dice che chi viene a far stirare un abito è ingannato dall’insegna, ma che resta deluso perché si inganna. Non c’è naturalmente nessuna volontà di inganno da parte del rigattiere che mette in vetrina una simile insegna. Ma, esattamente come chi porta a stirare l’abito dal rigattiere, chi cerca nella filosofia una parola illuminante sulla realtà empirica resta deluso, perché fa una confusione di piani gerarchici; e questo è il terzo motivo per cui il passo ricorda Wittgenstein, il quale sostiene che «quando per risolvere una questione filosofica dobbiamo rivolgerci a una scienza empirica, ciò significa che siamo fondamentalmente fuori strada». La filosofia e le scienze empiriche sono separate non per qualità di argomenti, ma per diversità di piani logici (questo è tra l’altro uno dei punti su cui il primo e il secondo Wittgenstein sono assolutamente concordi), e le proposizioni filosofiche non dicono, propriamente, nulla di nuovo sul mondo. La filosofia è su un piano gerarchicamente superiore, intendendo questo niente affatto secondo un sistema di valori, ma solo secondo un principio logico o matematico (come dire che una classe è gerarchicamente superiore alle sue sottoclassi proprie). Questo è propriamente ciò che intende Kierkegaard: se il filosofo deve rivolgere lo sguardo alla realtà, il suo discorso filosofico svanisce; e d’altra parte, chi cercasse nella filosofia una parola sulla realtà empirica, commette un errore di piani logici perfettamente analogo a quello di chi va con un vestito spiegazzato dal rigattiere. Riuscire a dire questo in due righe, con tanta precisione, e quasi un secolo prima che la filosofia del linguaggio chiarisse il meccanismo, mi sembra un miracolo di bellezza letteraria oltre che filosofica.

La tentazione (Santa Uova contro l’uovo di Satana)

La Santa incontrò l’uovo satanico la mattina del 27
luglio 1112. Nera e seducente, la funesta incarnazione le
sbarrò la strada mentre, sola, si recava alla prima messa.
"Rompimi, fammi alla coque!" sibilò con voce suadente.
Smarrita, la Santa invocò l’aiuto del Signore: ecco che
allora tre raggi di luce violenta si sprigionarono dal
suo sguardo fermo e puro. Spaventato, l’uovo di Satana
lanciò un guaito e fuggì.
11/9/’88
(di Alessandro Salesi. Cliccare sull’immagine per vederla nelle dimensioni originali. Con questo si conclude la trilogia di Santa Uova, ma l’autore mi è ancora debitore di diversi episodi, fra cui, soprattutto, il Martirio di Santa Uova)