Il grado zero della scrittura



A dimostrazione che ogni figura retorica, anche la più ordinaria, è roba da gente di città.



Un cortile in un paesino dell’entroterra di La Spezia, vicino a una piccola conigliera che contiene una variante di porcellini d’India commestibili, allevati per essere cucinati. Personaggi: mia madre (di La Spezia) e la sua consuocera (che da sempre vive nel paesino).



Consuocera (con aria didattica): E questi sono i porcellini! Li alleviamo per mangiarli! Sono buonissimi!

Mia madre (incuriosita): Posso prenderne in mano uno?

Consuocera: Ma certo! (con una certa brutalità, afferra un porcellino dalla conigliera e lo deposita nel palmo della mano di mia madre).

Mia madre (dopo lungo tempo trascorso accarezzando il porcellino, guardandolo negli occhi, parlandogli e così via): Ma signora… come si fa poi a ucciderli?

Consuocera: Come si fa? E’ semplice, così. (Afferra di nuovo il porcellino, ed esibendo indice e medio della mano destra a forbice, gli spezza il collo con un colpo secco.)

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Effetti speciali

L’effetto speciale al cinema è qualcosa di più di un semplice illusionismo per fare cassetta. Naturalmente, il cinema più importante è quello dove prevale la tradizione di immagine e parola, che so, per esempio Il posto delle fragole; non è però questo che veicola la modernità, perché sia la tematica che i mezzi espressivi sono, se non già visti, però sul filone di sviluppo del già visto. Invece l’effetto speciale disorienta, è nuovo in senso radicale, produce sullo spettatore lo choc (come lo intendeva Benjamin nel suo saggio su Baudelaire) ponendolo con i due sensi più importanti, la vista e l’udito,  davanti alla «splendida catastrofe» che aveva sempre sognato di vedere; e in questo choc tanto poco ideologico misura la sua esperienza umana, la quale ha, alla fin fine, sete di questa concretezza priva di parole. L’effetto speciale è un silenzio che non cambia mai.

Della disperazione

Il disperato si scontra sempre con questo problema: la maggior parte dell’umanità non è affatto disperata. E’ questo che richiede l’elaborazione teorica, perché altrimenti la disperazione sarebbe del tutto passiva, infeconda. Invece, dal tentativo di mettere a fuoco questo contrasto nasce una maggiore lucidità, come se, per vedere un dettaglio con precisione, comprendessimo solo allora il soggetto del quadro.