Al confine fra due logiche: la Guida dei Perplessi di Maimonide

La casa editrice UTET sta ripubblicando in versione economica una meritoria collana di classici, fra cui è compresa la «Guida dei perplessi» di Mosè Maimonide (1135-1204), a cura di Mauro Zonta, in un’edizione ammirevole, ricca di note esplicative e di esaurienti riferimenti bibliografici. L’opera, composta intorno al 1190, è considerata il trattato più importante della filosofia ebraica medioevale. – Perché leggere oggi la Guida di Maimonide? L’interesse principale sta nella possibilità che essa offre di misurare la distanza fra la logica aristotelica, che Maimonide cerca disperatamente di assimilare, e la sconnessa logica semitica dei primi secoli, fondata su principi completamente diversi, che continuerà anche dopo Maimonide, sia pure in forma repressa, sotto traccia, come una pulsione irriducibile che differenzia per sempre il mondo ebraico da quello occidentale. Lo sforzo di Maimonide è il primo tentativo di vera assimilazione, che continuerà nei secoli successivi con l’illuminismo ebraico di Mendelssohn e la kafkiana westjüdische Zeit. – «Perplessi», secondo Maimonide, sono i dotti ebrei che hanno letto e studiato con venerazione Aristotele, e che in conseguenza di ciò non riescono più a capire bene il senso dei precetti della Torah. Ora, invece di ripudiare l’autore pagano, Maimonide sostiene che nessuna vera contraddizione sussiste fra l’antica sapienza orientale delle scritture e il sistema razionale del filosofo greco: e per far ciò sottopone a critica minuziosa i punti controversi della Scrittura, in uno sforzo di razionalizzazione dei precetti che non era mai stato tentato prima. La parte analitica è preceduta da una trattazione del concetto di metafora, perché naturalmente, per dare un senso razionale ai racconti della Torah, è necessario anzitutto poterli considerare metaforici, in modo da costruire una spiegazione che sia esterna ad essi. In questo modo, ogni parola che viene usata (angelo, faccia, dolore, piede) vuol dire se stessa ma anche qualche altra cosa: ed è su questo «altro» che l’interprete può far valere la propria razionalità. (Questo naturalmente significa aprire la strada all’interpretazione infinita, come ben sanno i critici kafkiani. Prima di Maimonide, invece, il Libro era considerato non oggetto di interpretazione razionale, ma di applicazione ortoprassica, cioè un testo cui adeguare la propria vita quotidiana, secondo un comportamento ideale che non veniva spiegato, perché si identificava con la volontà divina). La logica oscura e aliena che stava alla base del Sefer Yetzirah, il grande libro mistico scritto fra il III e il VI secolo, non sembra in alcun modo confrontabile alla logica aristotelica: del resto, quando l’assimilazione risulta impossibile, Maimonide semplicemente denigra il testo che si rifiuta all’interpretazione razionale, dichiarandolo strano e insensato. Tutti i precetti della Torah (tranne alcuni, che Maimonide stesso deve riconoscere come «incomprensibili») vengono invece reinterpretati secondo una razionalità che è talvolta comica nella sua volontà di completezza: l’ebreo non mangia carne di maiale perché il maiale è sporco e troppo grasso; la circoncisione ha la funzione di diminuire il piacere sessuale, in modo che l’uomo non si affezioni troppo alla pratica del coito. L’autore non si rassegna mai all’idea che la mitzwah non abbia un’utilità immediata, ma sia semplicemente espressione di una imperscrutabile volontà divina: tutto invece è finalizzato a qualche scopo pratico, all’educazione morale o all’igiene del corpo. – Quando chiesero una volta a Wittgenstein se Dio voleva il bene perché era bene, o se il bene era bene perché Dio lo voleva, il filosofo rispose che fra le due ipotesi la seconda era la più profonda. E’ la volontà divina che fissa la norma, senza un perché: questo l’insegnamento dell’ebraismo più antico, che evidentemente Wittgenstein (e dopo di lui Kafka) sentiva oscuramente dentro di sé. Maimonide invece afferma che Dio è sapiente: non è Lui a fissare autonomamente cosa è il bene, senza un perché, ma Lui sa cosa è il bene, e razionalmente costruisce i suoi comandamenti affinché anche l’ebreo possa raggiungerlo. – Naturalmente, la materia ebraica si sottrae per sua natura a questo sforzo assimilatorio, e la battaglia di Maimonide è perduta. Un irriducibile residuo continuerà sempre, nei secoli successivi, a minare la ragionevolezza del grande rabbi; anche se nessuno riuscirà a dimostrarlo con le parole, saranno i fatti, le situazioni preverbali, a mantenere l’ebraismo su un piano logico alieno rispetto ad Aristotele. L’ebreo assimilato viene sempre contraddetto non da un ragionamento (che si porrebbe altrimenti sul suo stesso piano), ma da una irridente confutazione fattuale. In questo senso, Maimonide è un grande precursore di Josef K., per eccellenza l’uomo di confine fra due logiche inconciliabili.

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Della ripetizione

Esiste una differenza sostanziale fra il pensiero quotidiano e il pensiero propriamente filosofico. Il pensiero quotidiano è per sua natura innanzitutto ripetitivo, e ciò anche a motivo della libido connessa ai pensieri cui siamo abituati: ogni ritorno dei nostri privati luoghi comuni ci dona piacere, ma siamo abbastanza coscienti della loro banalità per vergognarci a farne partecipi gli altri. Il testo filosofico invece, nella sua redazione finale, è concentrato e soprattutto innovativo, perché rappresenta la contrazione in un solo punto di molti piccoli progressi di pensiero: e tali progressi, proprio in quanto non ripetitivi, sono gelidi anche per chi li compie. (Lo stesso processo è osservabile nella cultura in generale, dove l’innovazione, come nell’individuo, risveglia sempre poco «calore». Quando una buona idea viene espressa per la prima volta, è usualmente circondata dal gelo. Non è facile affezionarsi alla infrazione delle nostre coazioni a ripetere).

Incontri con i grandi: Thomas Mann

Eravamo in gita in un paesino di montagna, quando ci dissero che, in una piccola casa lì vicino, c’era in quel momento il vecchio Thomas Mann. Da questo io ho dedotto, nel sogno, che dovevamo essere in Svizzera, agli inizi degli anni ’50. Ci siamo avvicinati alla casa, magari saremmo riusciti per un attimo a vedere Mann dalla finestra. E in effetti lo intravedevo da lontano, poi improvvisamente, non si sa come, vicinissimo: il volto come in una famosa fotografia della vecchiaia, ma ancor più dettagliato, vedevo con emozione ogni singola ruga, il neo vicino all’occhio, lo sguardo attento su di me. Dato che nella compagnia ero l’unico a parlare tedesco, attraverso la finestra gli ho rivolto la parola per dirgli velocemente il mio affetto, la mia gratitudine per tutto quello che aveva scritto: e mi sconvolgeva il pensiero che stavo parlando con Thomas Mann. Lui ha accennato un sorriso, si è voltato e si è allontanato. Chi gli stava intorno mi ha detto che, naturalmente, a parole così lui era abituato. Quella sera avrebbe ascoltato alcuni brani giocosi di Schubert. Io ho pensato che i grandi tedeschi, quando arrivano alla fine, dopo tanta complessità, amano le cose lievi, intelligenti e leggere; e su questo pensiero che per qualche motivo mi sembrava consolante, mi sono svegliato.

A cosa serve il sipario

La separazione dello spazio scenico definisce il teatro, ma contrariamente a quel che si potrebbe pensare essa non ha il compito di difendere la finzione teatrale dal disturbo della vita reale, rappresentata dal pubblico; il movimento è esattamente il contrario: è il pubblico che deve essere difeso dall’irruzione, nella realtà, dell’invenzione scenica. Il sipario (come lo schermo cinematografico) si colloca al confine fra il luogo dell’evento organizzato e quello dell’evento casuale; ma con l’intento di proteggere il secondo dal primo, e non viceversa. Malgrado la sua etimologia (per di più incerta), assai più che separare contiene. Nel rito ortodosso, dove al momento della consacrazione un piccolo sipario nasconde il sacerdote che eleva l’ostia, il sipario ha la funzione di sottrarre la transustanzazione allo sguardo di chi non è sacerdote, e contiene – in maniera analoga al teatro – la sacralità del rito rispetto a chi non potrebbe sostenerne la vista. E’ questa sua funzione di contenimento del mondo fantastico che rende il sipario uno strumento prezioso, un luogo di confine, che non sappiamo bene a quale mondo appartenga ma che ci sembra indispensabile per separarci dai nostri sogni.