Realizzare i sogni (Dreams never come true)

Non è mai possibile realizzare da svegli quei desideri che il sogno appaga in forma così luminosa e perfetta: per far questo dovremmo sciogliere molte contraddizioni, riportare alla smorta logica della realtà ciò che il sogno, da gran signore, può permettersi di lasciare irrisolto. «Realizzare un sogno» è una impossibilità logica molto prima che fisica. Salvo l’ipotesi di realizzarlo non svegliandosi più, continuando a sognare fino alla morte: ipotesi contemplata ad esempio in certa fantascienza, e nell’Orlando Furioso:
«Se ‘ l vero annoia, e il falso sì mi piace,
non oda o vegga mai più vero in terra:
se ‘ l dormir mi dà gaudio, e il veggiar guai,
possa io dormir senza destarmi mai».
(canto 33, ottava 63).

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Il corpo di Goethe

«Il giorno successivo alla morte di Goethe, fui colto da un profondo desiderio di vedere ancora una volta le sue spoglie mortali. Friedrich, il suo fedele servitore, mi aprì la stanza dove lo avevano posto. Sdraiato sulla schiena, riposava come uno che dorma; una pace profonda e salda dominava i tratti del suo volto nobile ed elevato. La fronte potente sembrava celare ancora dei pensieri. Desideravo una ciocca dei suoi capelli, ma un senso di rispetto mi impedì di tagliarla. Il corpo giaceva nudo, avvolto in un lenzuolo bianco, grossi pezzi di ghiaccio gli erano stati messi accanto per mantenerlo il più a lungo possibile. Friedrich aprì il lenzuolo, e io mi stupii del divino splendore di quelle membra. Il torace era potente, ampio e arcuato; le braccia e le cosce piene, morbide e muscolose; i piedi aggraziati e della forma più pura; e in tutto il corpo non vi era il minimo segno di grasso, di dimagrimento o di decadenza. Nella sua grande bellezza, giaceva davanti a me un uomo perfetto, e l’incanto che provavo mi fece dimenticare per un attimo che lo spirito immortale aveva abbandonato quelle spoglie. Misi la mano sul suo cuore – ovunque, un silenzio profondo – e poi mi volsi indietro, per lasciare libero corso alle mie lacrime trattenute».

(Johann Peter Eckermann, Colloqui con Goethe, marzo 1832)

Il rivoluzionario statico

Ricordando il decennio fra il 1970 e il 1980, una ragazza che aveva militato in Lotta Continua mi diceva: «Pensavamo che quegli anni non dovessero finire mai». Il rivoluzionario spesso non vuole davvero la rivoluzione: desidera con tutta la sua forza invece l’atmosfera di lotta, l’entusiasmo e lo sdegno collettivi, in una parola desidera la sua giovinezza. E quando tutto ciò semplicemente passa, come passa il tempo, e cioè quietamente e senza segni premonitori, allora capisce confusamente che, per far vincere davvero la rivoluzione come la intendeva lui, avrebbe dovuto essere in grado di fermare la storia. – E questo vale anche nel caso in cui una rivoluzione sembra vincere: nel sentimento di chi aspettava questa vittoria, la «vera» rivoluzione ha perso. E’ per questo motivo che, come forse ha detto Kafka, tutte le rivoluzioni finiscono in burocrazia.