Rileggere se stessi

Sfogliando vecchie pagine scritte in passato, si resta colpiti dalla trasfigurazione emotiva che la scrittura subisce ad opera del tempo che passa, una curiosa evoluzione in due sensi che ci fa apparire il nostro io passato contemporaneamente come più sciocco, ma anche come riverberato dalla luce gradevole della gioventù. Come per il libro antico il valore consiste, più che nel testo in sé, nella sua collocazione in una data epoca, così per la scrittura: non ciò che abbiamo scritto conta, ma il fatto di averlo scritto in quel momento. In questa specie di gusto antiquario per la propria scrittura il piacere deriva dall’illusione di unità dell’io nel corso del tempo.

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A proposito di
Odissea, XI, 121-137

Nota ermeneutica sull’antropologia: perché si possa ipotizzare per un dato comportamento una funzione, è necessario che l’ambiente in cui il comportamento si realizza sia insaturo di quella funzione. Un sacrificio a Poseidone (come quello che Odisseo eseguirà secondo la profezia di Tiresia) non può valere come colonizzazione rituale in mezzo a un popolo che non conosce il mare: e questo perché un popolo che non conosce il mare non sa che farsene di un dio del mare.

Politica senza vergogna

Scriveva Nietzsche a proposito del disprezzato David Strauss: «Bisogna vergognarsi di avere simili contemporanei, poiché essi rovinano anche la nostra immagine presso i posteri». Se il semplice e inevitabile essere contemporanei di certi individui è fonte di vergogna nelle persone oneste, problema ancor maggiore è la necessità, comunque, di dire qualcosa di politico avendo di fronte simili avversari. L’impegno civile per fortuna non necessariamente deve scendere sempre al livello dell’avversario (livello che spesso non solo è ripugnante, ma è anche materialmente inarrivabile ad ogni persona per bene). Parlare, quando se ne ha voglia, della contingenza politica "sub specie aeterni", vedendo in essa solo quegli aspetti generalissimi che possono valere di riflessione o di monito per ogni età storica. Osservare la politica, ma cercando di vedere, in essa, solo le forme che si ripetono. Solo così è possibile non dico non sporcarsi le mani, ma inzaccherarsele solo lievemente. (L’alternativa naturalmente è andare a ficcare il naso nel sangue e nella polvere della realtà prima di parlare. Ma allora, meglio è tacere per sempre. Ci sarà sempre una realtà peggiore della peggiore che possiamo mai esperire.)

Per obbligare gli altri ad ascoltare

Uno dei motivi che spingono l’artista a produrre è il desiderio di costringere il mondo a prendere in considerazione, in un’opera di valore oggettivo, pensieri e sentimenti che, espressi in forma diretta e non trasfigurata, sarebbero troppo privati per interessare qualcuno, e che addirittura ci si vergognerebbe ad esprimere. L’eccellenza della forma è, in mano all’artista, lo strumento che permette di soddisfare il desiderio infantile di richiamare l’attenzione degli adulti sulle proprie parole.

Dello smarrire la strada

«Non si va mai tanto lontano, come quando non si sa più dove si va» (Goethe, Massime e riflessioni)
«Oltre un certo punto, non c’è ritorno. Quello è il punto da raggiungere» (Kafka, Aforismi)

I momenti che veramente contano sono solo quelli dove ha la meglio il disorientamento, che è come dire: l’uscita dal codice. La sensazione di aver messo i piedi su una terra straniera, priva di coordinate; ma non in virtù di una conquista, bensì di un progressivo sfilacciamento della situazione umana, una graduale dissoluzione dei segni nel corso di una discesa verso il basso, l’arrivo a un territorio senza strade, senza cartelli indicatori, ostile verso il soggetto, il quale è lasciato in una solitudine che è più radicale di ogni altra mai sperimentata prima.

Ofelia
(di Alessandro Salesi. Il titolo è visibile, a un occhio attento, a destra subito sotto il pelo dell’acqua. Cliccare sull’immagine per vederla in dimensioni originali)

«C’è un salice che cresce di traverso sul ruscello, e specchia le sue foglie canute nella vitrea corrente: d’esso ella fece fantastiche ghirlande di ranuncoli, ortiche, margherite e quei lunghi fiori color di viola a cui gli sboccati pastori danno un nome più grossolano, ma le nostre fredde fanciulle li chiamano dita di morto. Qui, arrampicandosi ella per appendere agli spioventi rami le sue coroncine d’erbe, un vimine maligno si spezzò: e giù i suoi erbosi trofei ed ella stessa caddero nel piangente ruscello. Le sue vesti si gonfiarono e a guisa di sirena per un po’ la sostennero; e intanto ella cantava frammenti di vecchie arie, come una inconsapevole del suo pericolo, o come una creatura nativa e familiare di quell’elemento; ma non poté passare gran tempo, che i suoi vestiti, pesanti per ciò che avevano imbevuto, trassero la povera infelice dal suo canto melodioso a una fangosa morte»

(Amleto, atto IV, scena ultima)