Ancora sulla gioventù

Chi ha pensato le cose più profonde ama le cose più vive,
alta gioventù comprende chi ha osservato nel profondo del mondo,
e spesso, quando giungono alla fine,
i saggi inclinano alla bellezza.

(Hölderlin, Socrate e Alcibiade)

Progredendo con gli anni, bisogna evitare di guardare la gioventù con occhio disincantato: un aspetto ripugnante della vecchiaia è difatti l’inclinazione a considerare la gioventù un problema chiarito, e chiarito per di più in termini benevoli e perbenisti, dove, per un residuo di narcisismo, si fanno valere i vantaggi dell’esperienza, una specie di assurda superiorità della vecchiaia. (Mentre ai giovani è assolutamente chiaro che è vero il contrario, e anche i saggi, stando a Hölderlin, non smettono mai di indagare, men che meno alla fine, la superiorità della gioventù, o almeno la sua problematicità).

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Un double bind politico

E’ un paradosso gravido di conseguenze il fatto che solo nell’isolamento dell’epicureo possono svilupparsi quelle virtù che sarebbero, in teoria, utili nella cosa pubblica: ma se sei cresciuto nell’isolamento, non potrai mai metterle veramente in pratica. E’ per l’impossibilità logica di essere bifronti,  un carattere sociale e asociale nello stesso tempo (e non per altri motivi volgari) che il filosofo, malgrado Platone, non potrà mai governare, o per lo meno mai governare rettamente. (E questa è una specie di dimostrazione geometrica dell’impossibilità dell’utopia.)

Una formica ben dura

«Alla fin fine: tutti i nostri manufatti emotivi e noetici, le nostre risoluzioni, le sicurezze, le grazie fideistiche, le nostre cornici zimmeriane dei dogmi, tutte le pose assunte dalla mente non sono altro che la formica (una Zacryptocerus soldato) che dichiara "Sono ben dura" mentre su di lei cala lo scarpone»

(da: T. Fischer, La gang del pensiero, Garzanti 2005, p. 279)

Nulla sappiamo di questo andarsene
che non accade a noi. Non abbiamo ragioni
– ammirazione, amore oppure odio –
da mostrare alla morte, la cui bocca una maschera

di tragico lamento stranamente sfigura.
Molti ruoli ha per noi ancora il mondo. E mentre
ci preoccupiamo che il nostro recitare piaccia,
recita con noi la morte, che lo vogliamo o no.

Ma quando te ne andasti, un raggio di realtà
irruppe in questa scena per quel varco
che tu ti apristi: vero verde il verde,
il sole vero sole, vero il bosco.

Continuiamo a recitare. Frasi apprese
con pena e con paura sillabando,
e qualche gesto; ma la tua esistenza
a noi, al nostro copione sottratta

ci assale a volte, scende su di noi
come il sapere che quella realtà esiste;
tanto che, trascinati, per qualche istante
recitiamo la vita senza pensare all’applauso.

R. M. Rilke, Esperienza della morte

Esiste un innamoramento del linguaggio che induce a sopravvalutarne l’importanza, a ritenere che ogni possibile felicità sia non tramite esso, ma esclusivamente in esso. La vita, esteriormente, si impoverisce, ma viene stipata all’inverosimile nel suo interno di giochi linguistici, di preziosità lessicologiche, di motti di spirito verbali. Ma siccome tutto ciò si regge solo in assenza di un contatto reale con il mondo, viene sempre il momento in cui una ventata di realtà non verbale (come lo squarcio nel soffitto del palcoscenico in una poesia di Rilke) cambia improvvisamente la prospettiva, costringendo a pensare: «Come ho potuto fino a oggi accontentarmi di tutto ciò?».

Le bombe di Londra, e a cosa serve Kafka

Quand’è che serve Kafka? Ad esempio quando di fronte a gesti sanguinari e irragionevoli l’Occidente reagisce con civiltà e moderazione, e noi che osserviamo siamo irresistibilmente tentati a pensare che solo questa sia la reazione possibile, e che proprio la nostra moderazione e razionalità siano la prova che i valori stanno dalla nostra parte. E’ una forma di pensiero unico sottile e persuasiva, perché implicitamente fondata sull’idea che solo la nostra cultura aristotelica possa difenderci dal caos; e anche gli sforzi di comprensione dell’altro non mettono in dubbio la nostra forma logica (la nostra comunità logica), ma vogliono includere e coinvolgere in essa quell’alienità che, per capirla, chiamiamo malessere o barbarie o povertà; non ci sfiora l’idea che ci sia, invece, un dissidio logico di fondo, che rende incomprensibili all’uno gli enunciati dell’altro. E’ da questa frizione dell’incommensurabilità che originano il sangue, la morte, il sesso: perché quando non ci si capisce a motivo di un dissidio logico, l’unico punto di contatto è, come in Kafka, la creaturalità.

Su Il teatro antico di Guido Paduano
Guido Paduano: Il teatro antico
«Questo libro è stato scritto nella convinzione che il teatro antico – le tragedie e le commedie greche e latine – sia parte viva del nostro presente». Con questo incipit che rovescia la prassi, se non la teoria, di ogni filologo classico, il nuovo libro di Paduano si mette dalla parte del lettore; di ogni lettore, purché interessato al teatro e al suo linguaggio, nell’idea implicita che le regole interpretative di ogni testo drammatico siano, almeno in parte, coincidenti per il teatro antico e per quello moderno. Perciò l’interpretazione è esplicitamente mirata all’effetto letterario, alla strategia testuale, alla logica interna del meccanismo teatrale: ed è notevole scoprire quanto di tutto ciò sia comune (o così appaia nell’interpretazione) fra antichi e moderni. Come se esistesse un dizionario antropologico universale che si fa carico di permettere la comunicazione di base a dispetto delle differenze storiche, dei contesti religiosi e culturali, in altri termini della incommensurabilità delle culture.
In realtà, è proprio questo che ci si aspetta dagli specialisti di  letterature classiche: il massimo rigore nella lettura filologica, ma anche, in fondo, la certezza che quel rigore era solo un preliminare, e non il fine/la fine dell’interpretazione. Come dire: è importante conoscere lo stemma della tradizione testuale di Tucidide, ma quello stemma, alla fin fine, non è un’interpretazione di Tucidide.
In questo la lucidità verbale e anche la creatività di Paduano sono straordinarie. Il libro si presenta come una raccolta di riassunti e di brevi commenti di tutte le opere del teatro antico giunte in forma non frammentaria. Questa disposizione, che sarebbe già di per sé utile per chi vuole rivivere la lettura di questi autori e rievocarli nella memoria, è però falsamente poco ambiziosa: perché in ogni interpretazione – e spesso anche fra le pieghe del riassunto – viene proposta una visione del tutto originale e illuminante del meccanismo con cui quel testo funziona, e delle motivazioni antropologicamente comuni che ce lo rendono interessante ancor oggi. Basti leggere le vertiginose osservazioni sull’Edipo sofocleo (sul quale d’altronde Paduano ha scritto la più importante monografia finora uscita, che ne affronta anche la tradizione nella cultura europea); oppure l’attualizzazione della comicità antica (di solito assai ostica alla lettura moderna), che ne individua le costanti che si ripresenteranno fino ai giorni nostri: da Aristofane a Plauto, e questo era noto, ma anche in certe opere meno note di Terenzio (l’Eunuchus in fondo non è che la versione antica del Turco Napoletano) o di Menandro. Né è meno rilevante la messa in luce di capolavori che, chissà perché, vengono spesso trattati con sufficienza, come le tragedie senechiane, e fra queste il Tieste, straordinaria rappresentazione di quel principio universale che è «il dominio dell’uomo sull’uomo» (p. 346) e dell’oscura attrazione che, comunque, esercita su di noi. Un altro tema trattato con sottigliezza riguarda la funzione protagonistica, in un teatro che «ha di sicuro un’origine collettiva, ma si risolve in una gigantesca esaltazione dell’individualità» (p. 4) e che lega in un filo sorprendente Sofocle, Aristofane e Plauto.
Con tutto ciò, questo è il libro scritto da un filologo, e alla fine non è un libro divulgativo, non nel senso deteriore del termine. Ora, l’apparenza esteriore del filologo è quella di un uomo che passa la sua vita a occuparsi di quisquilie: e invece bisognerebbe sempre ricordarsi che, se il filologo vale, tutto il suo mormorio filologico, fatto di citazioni, testimonianze indirette, congetture, spesso embricate fra loro – è attraversato in tutto il suo spessore dal pathos dell’irraggiungibilità. E’ la lontananza dei classici che stimola al lavorìo filologico. In questo libro di Paduano (il quale ha alle spalle anche una vita intera di ricerca filologica) abbiamo per una volta questo pathos allo stato puro, del quale tuttavia l’autore ha precisa coscienza: «non vorrei mai che queste assenze [scil. dei frammenti, dei problemi di critica testuale, ecc.] facessero pensare che io giudico irrilevante la distanza culturale tra noi e i classici. Al contrario, è imprescindibile non perdere di vista il fatto che queste tragedie e queste commedie sono state scritte da uomini diversi da noi nella loro vita familiare e sociale come nelle loro credenze e usanze: non potrebbe essere altrimenti, visto che diversi sono già tra loro, nella stratigrafia delle epoche della loro civiltà. Filologia e storia, che misurano questa distanza, ci impediscono di trivializzare la nostra relazione trasformandola in un’assimilazione ingannevole» (pp. VI-VII). Ma se questo è il compito della filologia e della storia, compito poi dell’interprete è di misurare was bleibt: quel che resta dopo l’abolizione di tutte le false analogie, quell’intersezione fra culture distanti che permette a noi di avere qualcosa a che fare con Ecuba, ma anche a Ecuba con noi.