Breve nota di servizio

La Colonia Penale, con le sue appendici familiari vecchie e nuove, va in ferie qualche settimana sulla costa Bruzia, in un luogo abbastanza romito da rendere dubbia la presenza di un accesso alla rete. A sorpresa, se ci riuscirò, posterò qualche breve intervento. Stài tiùnd! (Come diceva una mia insegnante, per farci stare attenti).

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Segreterie telefoniche

Alla mia amica Carmen era morto un caro zio di Napoli. Turbata e addolorata, ha telefonato alla famiglia del defunto per le condoglianze, ma dopo pochi squilli è scattata la segreteria telefonica con la voce dello zio morto che diceva: «Sono momentaneamente assente. Lasciate un messaggio e mi rifarò vivo appena possibile»

L’uomo labirintico

«Un uomo labirintico non cerca mai la verità, ma unicamente la sua Arianna» (F. Nietzsche, citato in Mitologie di Roland Barthes, Parma 1986, p. 240). Leggendo in un testo qualunque una frase di Nietzsche è possibile rendersi conto improvvisamente di quanto grande sia, nei momenti di malumore, il nostro disinteresse verso «la verità». Quando siamo in preda alla disforia viene voglia di pensare: come posso occuparmi di queste cose? Ho ben altro cui pensare. (Mi manca il tempo). – Sono questi i momenti di vera lucidità, quelli in cui vediamo con più chiarezza la natura complessa del mondo. Tra l’altro questo significa anche: l’uomo labirintico non si occupa di teoresi, è un filosofo morale, la sua stanchezza lo guida a cercare l’equilibrio delle passioni anziché lo specchio della natura. E’ uno stoico dimezzato, ma è solo la spossatezza che lo riduce tale. Anche se forse, da un altro punto di vista, non di riduzione si tratta ma di autolimitazione, di ricerca dell’essenza.

Tragedia e commedia, e una funzione del teatro

In Barry Lindon,  l’intera vicenda è inclusa fra due duelli, molto diversi l’uno dall’altro: nel secondo il protagonista, ormai uomo maturo, si confronta drammaticamente con il proprio figliastro; nel primo invece lo vediamo giovanissimo, impegnato a sfidare un nobile inglese presuntuoso ma codardo, che ambisce a sposare la sua fidanzata. Poiché la famiglia non può farsi sfuggire un partito nobile, il duello è truccato, Barry crede di uccidere il nobile inglese, e deve dunque fuggire; il nobile, da parte sua, sviene per la paura, simulando così alla perfezione la propria morte. Abbiamo qui un confronto di linguaggi: generoso, leale e quasi paludato l’atteggiamento del giovane Barry; vigliacco, tremante e ridicolo l’inglese. Si vede qui, in questa sovrapposizione, che il duello è vissuto come opera seria da Barry, e contemporaneamente come opera buffa dal suo avversario e dai padrini.
Una funzione del teatro è di tenere separate la tragedia e la commedia, che nella vita ordinaria si confondono. Barry è facile da ingannare, perché era stato troppo a teatro.

Sul cosiddetto «assurdo» in Kafka

Da tempo combatto una personale battaglia per l’espunzione del termine «assurdo» dai commenti a Kafka, termine che sembra quasi inevitabile qualunque cosa si dica di lui e da qualunque punto di vista lo si legga. Io sostengo, invece, che definire assurdo il mondo narrativo kafkiano sia un errore in partenza. L’attributo «assurdo», difatti, è quel che si chiama un attributo relazionale: non esiste nulla di assurdo in assoluto, una cosa può essere assurda solo rispetto a una norma prestabilita, o una logica preliminarmente accettata. Ecco, per farla breve, la grandezza di Kafka consiste proprio nel rovesciare il problema e porre in dubbio la normalità, quella logica aristotelica corrente rispetto alla quale la devianza kafkiana ci sembra assurda. La legge contro cui si batte Josef K. non è assurda, ma ha una sua coerenza interna (in gran parte coincidente con la legge ebraica, cioè con qualcosa che anche linguisticamente è incommensurabile rispetto al nostro modo di pensare indoeuropeo). Solo chi, inamovibilmente, è partecipe della normalità occidentale trova assurda la narrazione kafkiana: ma se solo riesci a porre in dubbio i tuoi principi logici (che A sia sempre uguale ad A, per esempio, o che la famiglia borghese – quella del povero Gregor Samsa, diciamo – sia l’unico parametro possibile, che non verrà mai sconvolto da improvvise metamorfosi), se questi principi logici o morali tu riesci a metterli in questione, ecco che l’assurdo scompare ed entri in sintonia con una logica aliena, nuovissima, radicale ogni oltre barriera. E la geometrica precisione del linguaggio kafkiano rende questa nuova realtà più concreta di quella che viviamo ogni giorno, dato che è spogliata da illusioni, abitudini mentali, distrazioni. Lo sguardo kafkiano è il più lucido e attento che si sia mai visto in letteratura. E la coerenza logica che lo sostiene (ben lontana dal cosiddetto «assurdo») è reale, quotidiana, senza scampo.

Vita privata di Isacco Newton

(di Alessandro Salesi. Cliccare sull’immagine per vederla in dimensioni originali)
Molte cose mi piacciono di questo Newton voyeur. Fra le tante: le minuziose rose della siepe; il vestito a doppia coda, su un pantalone abbottonato posteriormente; la medusa e i pesci sulla vasca della donna osservata; l’uomo sullo sfondo, che osserva l’osservante.

In che modo andranno male le cose

Un esempio di quanto siamo influenzati dalla letteratura: quando formuliamo una previsione, ci immaginiamo di essere in un’opera di teatro, dove al quinto atto si deve comunque arrivare a una conclusione. In realtà, proprio l’eventualità più frequente non viene mai presa in considerazione: e cioè che al quinto atto l’opera continui, e tutto vada a finire per il peggio non in virtù di una catastrofe ben definita – che si potrebbe anche prevedere – ma per il progressivo sfibrarsi della situazione, senza vincitori né vinti, in modo che il vero vincitore alla fine è sempre il puro e semplice tempo. E il tempo non ci è mai favorevole.