La normalità di Kafka

La biografia di Kafka porta alle estreme conseguenze una regola molto semplice e di validità generale: quanto maggiore è la devianza, tanto più si tende a simulare, e a desiderare, la normalità.

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Bernardo Strozzi, Vecchia allo specchio, c. 1615Estote parati

Ci sono esperienze felici che non sentiamo la necessità di rivivere; volti che ricordiamo con piacere, ma senza desiderio di rivederli; viaggi cui torniamo sempre con il pensiero, ma che non avremmo voglia di ripetere. Questa è una forma buona e naturale di adattamento alla morte: riconoscere la bontà del proprio passato, senza tuttavia desiderare che si ripeta ancora in futuro. Quando ogni felicità sarà nel passato, e noi riconosceremo che quello è il suo posto giusto, allora saremo pronti.

Sì, viaggiare

(Come talvolta accade, su incentivo altrui in questo post.)

Io vivo a Pisa, e per andare al lavoro attraverso tutte le mattine piazza dei Miracoli. Ho spesso riflettuto su questo strano incrocio: per me, una routine che si ripete con poche varianti; per il turista giapponese che mi attraversa la strada schivando la mia bicicletta, un’esperienza che rimarrà forse unica nella sua vita. In quell’istante tutti e due guardiamo lo stesso prato, gli stessi monumenti, le stesse bancarelle: ma tutto è completamente diverso nell’esperienza soggettiva. E’ quella che si chiama teoreticità dell’osservazione: si costruisce l’esperienza interiore a partire dallo schema concettuale, non dalle percezioni. Per me quella piazza è anzitutto un fazzoletto geografico fra casa mia e il lavoro; per loro è una riproduzione in grande e a tre dimensioni di ciò che avevano già visto mille volte in televisione, al cinema, sulle cartoline. Quest’ultima è l’"esperienza turistica". Si può fare diversamente? Certo che sì, queste migliaia di turisti potrebbero vivere un paio di mesi a casa mia, trascorrere con me la mia giornata di lavoro, studiarsi la storia di Pisa per goderla meglio. Ma basterebbe? No. Forse dovrebbero anche imparare l’italiano, studiare la letteratura italiana del ‘300, dedicare la vita all’architettura medioevale per capire realmente cosa c’è dietro la struttura circolare del battistero. Inversamente, non dovrebbe essere lecito andare come turisti in Cina senza diventare, prima, dei sinologi agguerriti. Come si vede, è molto difficile sfuggire al destino del turista. C’è sempre in agguato il rischio di intenerirsi davanti al "pittoresco", senza in realtà capire nulla di ciò che abbiamo davanti, senza guadagnare cioè un punto di vista solidale all’oggetto osservato, e non ai nostri schemi interpretativi.

Apparizioni II

La mattina del 23 maggio del
1627, una sfera luminosa apparve
agli abitanti della città di Delft.
Nel sermone domenicale il pastore
Isaac Raeal affermò che l’apparizione
era segno inequivocabile del potere
di Satana e della presenza di una
congrega di streghe a Delft.

(di Alessandro Salesi. Cliccare sull’immagine per vederla in dimensioni originali)

Uscire dall’anonimato

Non è così facile uscire dal gregge. Il lavorìo continuo della comunità sociale nei confronti dell’individuo consiste infatti nell’appianarne ogni irregolarità, nel renderlo un elemento qualunque, consegnandolo all’oscurità in vita e all’immediato oblio postumo: proprio questo significa vivere secondo natura, perché il livellamento verso il basso è ciò che risulta più funzionale alla sopravvivenza immediata della comunità. Ogni vita estrema è un inciampo, qualcosa che si oppone al brusìo senza eventi dell’ingranaggio, e che perciò la morale, questa rappresentante automatica della forza comunitaria, cerca in tutti i modi di riportare alla norma dell’anonimato. Qui è al lavoro una specie di pressione selettiva che impone all’individuo ordinario, che fa la maggioranza, una morale della debolezza. E’ in questo senso che Nietzsche è per sua natura avversario del darwinismo: perché ha capito che in verità «si devono sempre armare i forti contro i deboli», e non viceversa (su questo punto andrebbe letto ciò che dice Deleuze in Nietzsche e la filosofia, Einaudi, p. 87).

Materie umanistiche e materie scientifiche

Il criterio popperiano di demarcazione della scienza richiede una precisazione importante quando applicato alla letteratura, alla storia, a quelle che la nostra università definisce materie umanistiche, per le quali esiste spesso l’abitudine di parlare di «produzione scientifica», o di «metodo scientifico». Che cos’è allora una materia umanistica, in opposizione a una materia scientifica? Mi viene da rispondere: una materia nella quale sia inevitabile l’attribuzione di credenze, quello che Dennett chiama «intentional stance»: che avendo cioè a che fare con una geometria delle intenzioni (riferite all’autore, al personaggio storico o fittizio, al lettore, all’interprete in quanto partecipe di una qualsiasi teoria del linguaggio) non si limita a misurare dati fisici intersoggettivi interpretandoli, ma si appoggia su una pragmatica del senso comune, che deve essere, almeno nella maggior parte dei casi, vera. (Ma allora una dottrina che abbia come oggetto di studio il linguaggio – come la filologia, come la letteratura – è sempre necessariamente umanistica, e non scientifica? Qui ci sarebbero molte precisazioni da fare, ma la risposta complessiva dovrebbe essere: sì).