Uccidere per caso

Nel cinema di Quentin Tarantino la figura del killer idiota, che uccide senza ragione, automaticamente, assume una dimensione filosofica che non bisogna lasciarsi sfuggire, perché nel nuovo rapporto fra l’assassino e la sua vittima si nasconde una idea della realtà che la letteratura non ci aveva ancora consegnato, e che è invece perfettamente idonea all’espressione filmica nel suo specifico (per dir così). Mai si era vista con tanta evidenza al cinema la superiorità del killer sulla vittima; quest’ultima non trova neppure una vera motivazione per morire, se non la motivazione ipermoderna di trovarsi casualmente in quel dato posto in quel dato momento; il primo invece si identifica pienamente con la forza della realtà vera, che ha come unica motivazione l’automatismo. In tale identificazione il killer piega il reale alla propria esistenza, proprio in quanto gli rifiuta il tributo di una interpretazione, e contemporaneamente percepisce la propria superiorità verso chi perde tempo appunto a interpretare, dato che ogni interpretazione che non si identifichi è in realtà solo dissimulazione. Il killer non fa chiacchiere, agisce, anche quando la sua azione è insensata: d’altronde il rapporto causa-effetto di ogni realtà fisica è, di per sé, altrettanto insensato, il killer è un ens realissimum al pari delle leggi della termodinamica, per le quali non ci sogneremmo di cercare un «senso». Il killer, anche se per la sua stupidità non lo dice a parole, è tuttavia cosciente di questa sua analogia con le forze naturali, che lo rende superiore a chi «si chiede sempre un perché».
La superiorità del killer poi acquisisce forza dimostrativa perché si esercita sul valore gerarchicamente più alto secondo l’opinione comune, e cioè la vita. La para-dossalità del killer (il suo essere al di là di questa doxa o opinione comune) lo pone nella sua coscienza individuale (e in quel territorio extra fines che è la finzione cinematografica, dove il paradosso ha un suo statuto, che passa per la coscienza collettiva della platea) all’interno di una élite, l’aristocrazia degli assassini, una comunità di vita i cui membri si riconoscono e comunicano – sia pure con un linguaggio prevalentemente non verbale.
Abbiamo dovuto aspettare il cinema per prendere veramente coscienza di questo rapporto fra ogni assassino e ogni vittima. Per raggiungere questa piattaforma, tanto più alta di quelle cui è abituata, la letteratura ha dovuto e dovrebbe camminare sul filo teso dell’avanguardia; ma ormai questo non è più neppure un filo teso, quando la letteratura è partita forse lo era ancora, ma nel frattempo qualcuno lo ha tagliato vicino al palo di arrivo, e non solo non arriveremo più, ma stiamo già cadendo.

Una SS sparaRicordare la Resistenza

«Articolare storicamente il passato vuol dire impossessarsi di un ricordo così come balena in un attimo di pericolo. Il dono di riattizzare nel passato la scintilla della speranza è presente solo in quello storico che è compenetrato dall’idea che neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di vincere.»
(Walter Benjamin, Tesi sulla filosofia della storia)

«Il 25 aprile 1945 il tempo era sereno su tutta l’Italia»
(Luca Mercalli, meteorologo)

La catena di Fenrir

Nella mitologia nordica, Fenrir è il lupo che, alla fine dei tempi, ingoierà il sole: ma per ora può solo latrare, perché è legato stretto dalla catena Gleipnir. Ora, secondo la Snorra Edda (Gylfaginning, 34) Gleipnir è costruita con: barba di donna, radici di montagna, tendini di orso, respiro di pesce, sputo di uccello e rumore di passo di gatto. La catena è «liscia e soffice come un nastro di seta», e gli dèi Asi, dopo averlo legato, aggiungono che è molto robusta; Fenrir se ne convince tanto profondamente che da allora non riesce più a liberarsi da una catena costruita con materiali che sono quasi per antonomasia inesistenti. Basterà che Fenrir si accorga dell’inganno, che capisca di non essere affatto legato; e allora sarà il Ragnarøkkr.

Eadem sunt omnia semper

Ciò che caratterizza la depressione non è tanto quella che il linguaggio comune chiama «tristezza», ma semmai una sorta di impedimento fisico al movimento, che nel quadro di Dürer è simboleggiato dalla grande pietra; e questa forzata immobilità è percepita dal soggetto come sintonia con un universo che si è fermato per sempre, ammesso che abbia mai cominciato a muoversi. Ovunque si posi lo sguardo, è sempre la stessa esperienza: qualcosa che si è già vissuto fino alla nausea, in varianti ormai impercettibili. Infine, si ha l’improvvisa rivelazione che non si tratta di una nostra sfortunata esperienza privata, ma che proprio questa è l’intima natura del mondo: di essere immutabile per sua natura, perché il tempo è illusorio. Pochi sopravvivono a una simile convinzione. Lucrezio, che se ne intendeva in prima persona, scrive (nella bella traduzione di Canali):
«Se invece tutto ciò che hai goduto è perito e dissolto nel nulla,
e la vita ti è in uggia, perché cerchi ancora di aggiungere
ciò che avrà triste fine a sua volta, e un ingrato tramonto totale,
e piuttosto non poni fine alla tua vita e ai tuoi affanni?
Tutto quanto difatti io escogiti e possa inventare
che ti piaccia, non serve: le cose sono sempre le stesse»
(III, 940-945)


Johannes Uyttenbogaert, predicatore, vagava per le terre d’Alemagna; a piedi, senza scarpe e senza cibo, per borghi e per castelli si muoveva; pascevasi di bacche e di ciliegie, dormiva nei covili e nei pollai. Casto egli era, Adamo senza Eva. Il viver suo era virtuoso e santo, finché di notte sentì d’uccello un canto; quell’armonia di note lo ammaliava, un sentimento ignoto lo aggredì. "Pennuto menestrello, alato aedo, fatti vedere, conoscerti vorrei!" "Sono su un ramo di questo antico ontano, mi chiamo Ulrich e sono frivolo e vano". S’arrampicò veloce il pellegrino ed arrivò nel tempo di un baleno sul sommo della chioma della pianta. Qui era il cantante, vestito da gran sera, con piume ricercate e variopinte. "Una livrea ben rara e sontuosa hai, tu che con voce acuta e melodiosa turbi crudele le mie meditazioni. Chi ti insegnò a cantare così bene, chi ti mandò sulla mia strada, o uccello?" Non rispose il volatile sublime, ma un canto seducente modulò. Rapito lo ascoltava il pio Giovanni (per poco ancora pio, purtroppo, ohibò). Ulrico gli cantò sette romanze, alcune polke, ciaccone, sarabande, valzer viennesi, un lussurioso tango (il santo, a questo punto, cadde nel fango). "Ormai tutta la notte qui rimango", pensava egli, mentre dimenticava a poco a poco la sua sacra missione, la sua fede. Stregato dalle note del pennuto cantò anche lui, con voce monacale: canzoni, villanelle, inni profani, persino osceni canti da osteria: come li conoscesse non si sa. Il fondo fu toccato verso l’alba: fu un torbido e sfrenato cha-cha-cha! Quando fu giorno, ahimé, gli empi cantanti erano divenuti ormai lascivi amanti. Johannes abbandonò la religione, gettò la Bibbia e il saio nelle ortiche; vestito da cinedo, insieme a Ulrico, taverne e lupanari frequentava: il duo, per vivere, spesso si esibiva in danze e pantomime assai lubriche….. finché una notte, oppresso dai rimorsi, Johannes interrogò il suo tristo amico: "Chi ti insegnò a cantare così bene, chi t’inviò sulla mia strada, chi sei tu?" "A tre domande, amico, una risposta sola: Belzebù".

(Testo e disegno di A.S.)