«Guadagnarsi il pane con la filosofia» è possibile oggi, alla lettera, solo al filosofo accademico; e questa vergogna la dice lunga sulla forza funesta che la tecnologia ha assunto nel pensiero degli uomini. Prevale l’opinione secondo cui l’umanità ha bisogno di ingegneri, e non di filosofi. Almeno su questo Heidegger aveva visto giusto, aveva individuato il suo nemico.

 

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 Un sogno di Goethe

«Mi pareva di approdare, a bordo di una barca piuttosto grande, in un’isola fertile, copiosamente rivestita di vegetazione, e di cui mi era nota l’abbondanza di bellissimi fagiani. Trattai subito con gli abitanti per acquistare di questa selvaggina, che essi infatti andarono subito a uccidere e mi portarono in quantità. Erano precisamente fagiani; ma, come il sogno di solito trasforma tutto, vedevo delle lunghe code variopinte e occhiute, come quelle dei pavoni o di rari uccelli del paradiso. Me li portarono dunque a bizzeffe nella barca, e collocandoli con le teste verso l’interno, così ben disposti, che le lunghe code a colori pendendo verso l’esterno producevano, sotto i raggi del sole, l’insieme più splendido che si possa immaginare, e in tanta abbondanza che a malapena rimaneva a prora e a poppa un posto stretto per il timoniere e per i rematori. Così fendevamo le acque tranquille e io intanto mi ripetevo i nomi degli amici che pensavo di rendere partecipi di questi variopinti tesori. Approdato infine in un grande porto, mi persi in mezzo a imbarcazioni con enormi alberature, sulle quali io passavo di coperta in coperta, per cercare un approdo sicuro alla mia piccola barca. Di queste immagini vane noi prendiamo diletto (ergötzen wir uns) perché emanando da noi stessi hanno certamente un’analogia con il resto della nostra vita e del nostro destino» (Da Viaggio in Italia, Hamburger Ausgabe, XI, 108-109).

 La forza irresistibile della logica

La logica è l’unica entità che sia completamente impersonale e, nel contempo, dotata di forza coercitiva assoluta nel determinare i nostri pensieri e le nostre azioni. Ma, naturalmente, nessuno dei connettivi logici comunemente intesi esiste in natura, per così dire oggettivamente; tant’è vero che abbiamo dovuto inventare le logiche non classiche per cercare di render conto delle infinite feritoie attraverso cui la realtà sfugge sempre al nostro controllo descrittivo. I fondamenti logici – come le leggi fondamentali della fisica – non vogliono saperne di essere descritti in maniera univoca, risultano sempre, alla fine, qualcosa allzu Menschliches. – Ciò che è importante sottolineare, tuttavia, è che il fondamento non oggettivo della logica non è, genericamente, un fondamento culturale, ma propriamente linguistico. Questo equivale a dire che Aristotele non ha inventato e poi, con la sua autorità, imposto i suoi principi logici, ma da buon wittgensteiniano si è limitato a chiarificare ciò che era già presente nella lingua greca, e, forse, in ogni lingua indoeuropea.  Insieme con la lingua madre si acquisisce una serie implicita di principi logici che ci introducono, volenti o no, in una comunità logica da cui sarà sempre molto difficile uscire; e questo perché sappiamo ormai benissimo come si impara una lingua straniera, mentre non è altrettanto codificato l’apprendimento di una logica alternativa. Di qui lo smarrimento di fronte al diverso radicale; e l’inefficacia di porvi rimedio attraverso una pretesa mediazione culturale. Bisognerebbe, forse, inaugurare una nuova dottrina comparativa che metta a confronto le diverse strutture logiche delle famiglie linguistiche. (Ma naturalmente ne verrebbe subito l’obiezione: a quale famiglia logica dovrebbe a sua volta appellarsi, per la sua analisi, codesta dottrina? Per la sua struttura ricorsiva, il problema difficilmente sfuggirà al paradosso).  

Brahms alla finestra

 Guardando dalla finestra

 

Figura tipica è, in Kafka, l’uomo «che guarda dalla finestra». Lo è innanzitutto perché è presente nella «frase perfetta» (nota del 19.2.1911), e poi per la frequenza con cui si ripete nei romanzi e nei racconti. K. nel Processo guarda inerte dalla finestra mentre parla lo zio; poi quando è solo nello studio e riflette sul suo processo; nel racconto dell’avvocato, importanti personaggi aspettano guardando dalla finestra che l’avvocato abbia esaminato certi documenti. Particolarmente commovente è Gregor Samsa, che ormai trasformato irreversibilmente in insetto cerca tuttavia di appoggiarsi alla finestra con il suo corpo mostruoso per ingannare il tempo guardando fuori (e poco importa che si veda solo un muro d’ospedale nella Charlottenstrasse). Dallo spazio chiuso della stanza, lo sguardo divaga e si riposa su oggetti insignificanti e lontani. Guardare dalla finestra è sintomo di stanchezza e di assenza di pensieri; oppure di un dibattito interiore che tuttavia non procede, ma si contraddice in continuazione. – In una straordinaria foto, Brahms non è, come di norma nei ritratti ottocenteschi, in posa davanti all’obiettivo, ma è quasi colto di sorpresa mentre con tristezza guarda dalla finestra un paesaggio autunnale. Il tempo dilapidato caratteristico di Kafka e la malinconia brahmsiana non potrebbero trovare una sintesi migliore.

 

 

 

Teoria dei colori

Una Farbenlehre dovrebbe sempre avere come premessa un corretta gnoseologia dei colori, inevitabile quanto la loro funzione logica (che è, quest’ultima, ciò di cui hanno scritto Goethe e Wittgenstein). Dovrebbe essere chiaro che un colore non è pensabile senza il suo corredo connotativo, e questo perché, molto più che per gli altri pensabili concreti, il colore non si può immaginare come classe, ma solo applicato a una classe di oggetti (ognuno dei quali a sua volta, sia pure con meno forza del colore, è pensabile solo come oggetto della nostra passata esperienza: così ad esempio Hesse confessava di non poter pensare al tiglio in generale, ma che questa parola evocava in lui sempre un ben determinato tiglio nella Calw della sua infanzia, un tiglio del quale parlava assumendolo a classe, ma senza poter rinunciare, implicitamente, al carico connotativo di quel singolo elemento della classe). Un colore è perciò una classe di classi, e questo anche quando è pensato come un colore che occupa l’intero campo visivo, dato che questa è un’immagine singola e associata a una connotazione, allo stesso modo in cui un semplice accordo in minore è, nel suo genere, una musica associata anch’essa a una connotazione. (E il paragone può estendersi alla musica in generale: pretendere di pensare un colore in modo non connotato sarebbe come voler rievocare un tema musicale eliminando l’emozione che ci ha procurato nei passati ascolti). Se così stanno le cose, anche i qualia definiti dai colori (la «rossezza» dei filosofi) diventano sospetti nella loro presunta oggettività.

Del levar la mano su di sé

Uno degli aspetti ripugnanti del suicidio è la sua natura di concessione alle ragioni degli avversari. Il suicida con il suo ultimo gesto alza un’ombra di inaffidabilità su ogni sua precedente affermazione in cui (magari per il solo fatto di scrivere) proponeva il suo pensiero come forma di vita se non esemplare, almeno possibile: ecco che invece si mostra quanto avesse ragione il placido funzionario borghese, il quale aveva sempre sostenuto che il pensiero estremista non era compatibile con la vita, ancora prima che con la felicità. Mentre una vita estrema è sempre uno scandalo per il borghese, un’inquietudine che non vuole finire, ad ogni sparo alla tempia segue sempre un sospiro consolato e una soddisfazione appena repressa: «L’avevo detto, io. Lo si poteva prevedere».