Desiderio felice

goethe, selige sehnsucht

Non ditelo a nessuno, solo al sapiente,
giacché la plebe riderebbe di voi:
voglio cantare ciò che è vivente
e che desidera nella fiamma morire.

Nella frescura delle notti d’amore
in cui hai generato e fosti generato,
mentre silenziosa riluce la candela,
ti assale uno strano sentimento;

vorresti sfuggire alla prigionia
di quell’ombra oscura,
e ti lacera un desiderio nuovo
di nozze ancor più alte.

Nessuna lontananza ti rallenta,
giungi volando, ammaliata,
e infine, assetata di luce,
tu, farfalla, nel fuoco ti consumi.

E finché non ottieni questo,
questo: Muori e diventa!
sei solo un ospite afflitto
sulla terra oscura.

[Goethe, Divano occidentale-orientale, HA 2, 18-19]

Ardere è più importante che illuminare

tommaso

Come la lucerna non può splendere se non viene accesa con il fuoco, così non splende la lucerna spirituale se non arde e non si infiamma del fuoco della carità. E perciò ardere è più importante che illuminare, perché la conoscenza della verità è concessa unicamente attraverso la fiamma della carità.

Sicut lucerna lucere non potest nisi igne accendatur, ita lucerna spiritualis non lucet nisi prius ardeat et inflammetur igne caritatis. Et ideo ardor praemittitur illustrationi, quia per ardorem caritatis datur cognitio veritatis.

(Tommaso d’Aquino, Super Evangelium Ioannis, caput V, lectio 6)

La penombra

L’irragionevole terrore della penombra, gli alberi che si sfiorano mossi dal vento nel buio del crepuscolo che ormai è già notte, la paura di perdere nell’oscurità il tuo bene più prezioso: questo e altro nella meravigliosa poesia di Eichendorff, scritta all’apice del romanticismo tedesco (1812), nella musica strana e commovente di Schumann, nell’interpretazione praticamente perfetta di Dietrich Fischer-Dieskau. Qui la mia traduzione di servizio, e subito dopo l’insuperabile originale tedesco.

Il crepuscolo vuole stendere le ali,
gli alberi si sfiorano tremando,
le nuvole scorrono come sogni pesanti,
questo terrore, cosa vuol dire?

Se un capriolo ti è più caro degli altri,
non lasciarlo al pascolo da solo;
ci sono cacciatori nel bosco, suonano il corno,
si raccolgono e riprendono il cammino.

Se quaggiù hai un amico
non fidarti di lui in quest’ora:
amichevoli sono lo sguardo e le parole,
ma medita guerra, e la sua pace è inganno.

Ciò che oggi stanco tramonta
sorgendo rinascerà domani.
Molte cose si perdono nella notte:
sta’ in guardia, sveglio e lieto!

—–

Dämmrung will die Flügel spreiten,
Schaurig rühren sich die Bäume,
Wolken zieh’n wie schwere Träume –
Was will dieses Grau´n bedeuten?

Hast ein Reh du lieb vor andern,
Laß es nicht alleine grasen,
Jäger zieh’n im Wald’ und blasen,
Stimmen hin und wider wandern.

Hast du einen Freund hienieden,
Trau ihm nicht zu dieser Stunde,
Freundlich wohl mit Aug’ und Munde,
Sinnt er Krieg im tück’schen Frieden.

Was heut müde gehet unter,
Hebt sich morgen neu geboren.
Manches bleibt in Nacht verloren –
Hüte dich, bleib’ wach und munter!

 

La canzone del gelo

Nel 1983, poco prima di morire di AIDS, magrissimo e spettrale, il cantante rock Klaus Nomi presenta in concerto la sua versione, bellissima, della Canzone del Gelo dal King Arthur di Purcell (1691). Il demone del gelo, evocato a forza da Cupido, chiede di poter tornare alla morte e all’immobilità: e raramente come in questo video la sofferenza immaginaria dell’arte si sovrappone a quella, reale ed evidente, dell’interprete. Non sappiamo più se gli occhi sbarrati e le deboli braccia sollevate appartengano al Gelo o a Nomi, ed è un modo commovente di cancellare l’orrore della malattia reale facendolo passare per inganno dell’arte.

“Quale potere hai tu, che dal fondo mi hai fatto sorgere, controvoglia e lentamente, dal letto di una neve eterna! Non vedi quanto sono rigido, vecchissimo, inadatto a sopportare l’amaro freddo. Posso muovermi a malapena, a malapena respiro; lasciami, oh, lasciami gelare di nuovo, fino alla morte.”

What Power art thou,
Who from below,
Hast made me rise,
Unwillingly and slow,
From beds of everlasting snow!
See’st thou not how stiff,
And wondrous old,
Far unfit to bear the bitter cold.
I can scarcely move,
Or draw my breath,
I can scarcely move,
Or draw my breath.
Let me, let me,
Let me, let me,
Freeze again…
Let me, let me,
Freeze again to death!

Il bilancio finale

goethe-2017

 

 

 

 

Warum das Leben, das Lebend’ge hassen?
Beschaue nur in mildem Licht
Das Menschenwesen, wiege zwischen Kälte
Und Überspannung dich im Gleichgewicht;
Und wo der Dünkel hart ein Urteil fällte,
So laß ihn fühlen, was ihm selbst gebricht;
Du, selbst kein Engel, wohnst nicht unter Engeln,
Nachsicht erwirbt sich Nachsicht, liebt geliebt.
Die Menschen sind, trotz allen ihren Mängeln,
Das Liebenswürdigste, was es gibt;
Fürwahr, es wechselt Pein und Lust.
Genieße, wenn du kannst, und leide, wenn du mußt,
Vergiß den Schmerz, erfrische das Vergnügen.
Zu einer Freundin, einem Freund gelenkt,
Mitteilend lerne, wie der andre denkt.
Gelingt es dir den Starrsinn zu besiegen,
Das Gute wird im ganzen überwiegen.

(Goethe)

L’albero dell’inverno

alberoinverno.jpeg“Manchmal sieht unser Schicksal aus wie ein Fruchtbaum im Winter. Wer sollte bei dem traurigen Ansehn desselben wohl denken, daß diese starren Äste, diese zackigen Zweige im nächsten Frühjahr wieder grünen, blühen, sodann Früchte tragen könnten; doch wir hoffen’s, wir wissen’s.” (J. W. Goethe, Wilhelm Meisters Wanderjahre)