Carne salata

disputatalmudica

Nel famoso episodio evangelico della guarigione del cieco nato (Giov., 9, 1-41), quando vedono il disgraziato i discepoli pongono a Gesù una domanda estremamente interessante: “Rabbi”, dicono, “chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?”. Naturalmente si potrebbe replicare che difficilmente poteva avere peccato lui per meritarsi il castigo, dato che era un cieco nato: ma intanto la fede nella reincarnazione poteva circolare anche lì (benché, mi sembra, alquanto eterodossa per la Torah scritta, poi con il Gilgul cabbalistico diventerà moneta corrente), e soprattutto, forse che ci sono problemi a concedere un hysteron proteron al Re del mondo? Quindi, non è questo il punto. Da parte sua, la risposta di Gesù (“Né lui né i suoi genitori, ma è così perché si manifestino in lui le opere di Dio”) lascia pensare che il poverino fosse nato cieco e rimasto tale per tutti quegli anni al solo fine di consentire che avvenisse un miracolo così eclatante, ai suoi tempi uno dei più famosi. Non si dimentichi che al momento della resurrezione di Lazzaro, la gente ancora ignara mormorava dicendo: “Non poteva costui, che aprì gli occhi al cieco nato, far sì che costui non morisse?” (Giov., 11,32), Certo, di lì a poco il cadavere ancora avvolto nel sudario che compare sulla porta del sepolcro avrebbe poi avuto un effetto anche maggiore, fissandosi nell’immaginario dell’umanità da Giotto a Paolo Villaggio.
Ma torniamo ai genitori del cieco nato. Uno potrebbe chiedersi: anche ammesso che le colpe dei padri ricadano sui figli in modo così plateale, l’eventuale peccato dei genitori è un peccato generico (tipo: hanno mangiato prosciutto il giorno di Yom Kippur) oppure qualcosa di speciale? Sfogliando qua e là il Talmud, ho improvvisamente scoperto a quale precisa tradizione orale si riferissero i discepoli di Gesù. Leggiamo infatti nel trattato Nedarim, 20a:

“Rabbi Jochanan ben Dahabai disse: gli angeli del ministero mi hanno detto quattro cose:
– Perché il bambino è nato zoppo? Perché i suoi genitori hanno rovesciato il tavolo [cioè hanno fatto sesso con la donna sopra].
– Perché muto? Perché l’uomo ha baciato oyse mokem [“quel posto laggiù”, eufemismo per i genitali femminili].
– Perché sordo? Perché hanno parlato mentre lo facevano.
– Perché cieco? Perché l’uomo ha guardato oyse mokem.”

Molti di voi, ne sono sicuro, gioiranno di non aver messo al mondo figli che sarebbero stati tutti, senza eccezione, contemporaneamente zoppi, muti, sordi e ciechi. In ogni caso ecco quel che il passo di Giovanni sottintendeva: il papà del cieco nato non aveva spento la luce prima dell’amplesso, o addirittura si era permesso una visione ravvicinata dell’oggetto del desiderio, e la moglie, consentendolo, era venuta meno ai doveri di una buona figlia di Israele.
Voi penserete: ma almeno si sarà goduto con calma lo spettacolo, dato che ha dovuto poi pagarlo così caro? Niente affatto: sarà stata una sbirciata velocissima, dati i tempi che il Talmud prescrive per l’atto sessuale nel suo complesso:

“Quanto deve durare l’atto?
Rabbi Ismael disse: il tempo di girare intorno a una palma.
Rabbi Eliezer disse: il tempo di mescolare un bicchiere di vino con l’acqua.
Rabbi Yehoshua disse: il tempo di bere un bicchiere di vino.
Rabbi Azzai disse: il tempo di friggere un uovo.
Rabbi Aqiva: il tempo di ingoiare un uovo.
Rabbi Yehoshua ben Beseyre disse: il tempo di ingoiare tre uova in rapida successione.
Rabbi Elazar ben Yirmiye disse: il tempo di annodare un filo.
Hanin ben Pinkhas disse: il tempo che la donna impiega a levarsi di bocca uno stuzzicadenti.
Plemo disse: il tempo che la donna impiega ad allungare il braccio e prendere un pane dal cestino.
E Rashi aggiunge: ognuno per il tempo che gli ci vuole.”
[Yevamot, 63b]

Si noteranno sia il valore metonimico delle singole risposte (di cui la più depravata mi sembra “ingoiare tre uova in rapida successione”), sia il tono liberatorio con cui si riporta per ultima la voce del rabbi di gran lunga più autorevole, il quale avendo ben presente la barocca complessità delle prescrizioni talmudiche almeno su questo dichiara il liberi tutti. (Ma il passo è probabilmente diretto – o sarebbe comunque idoneo – alla terapia collettiva della praecox, o anche, in forma subliminale, a consolare chi è abituato a paragonarsi, in dimensioni, a uno stuzzicadenti.)
Ma il grande Rashi non è solo, in questa battaglia per la libertà sessuale. Subito dopo il passo che abbiamo citato all’inizio a proposito delle disgrazie che possono capitare per una sbirciatina di troppo, interviene un secondo Rabbi, che contraddice il primo:

“Ma Rabbi Jochanan [che è un altro Jochanan, nota bene] disse a sua volta: Questo è ciò che sostiene Rabbi Jochanan ben Dahabai, ma i saggi dicono che la legge non segue l’opinione di Rabbi Jochanan ben Dahabai. Un marito può fare con sua moglie tutto quello che vuole. Il sesso con tua moglie si può paragonare alla carne che compri dal macellaio: se la vuoi salata, puoi salarla; se arrostita, puoi arrostirla, se la vuoi lessa, puoi lessarla. e se la vuoi fritta, friggitela.” (Nedarim, 20b).

Viva la libertà! Come vedete, una parola illuminata. (Mi chiedo cosa sarebbe, rimanendo sullo stesso piano metaforico, un vegetariano.) Voglio solo notare l’asimmetria per cui il piano delle proibizioni/punizioni è messo in parallelo con quello delle perversioni, mentre non c’è una lista dei corrispondenti simbolici nelle parole del Rabbi – diciamo così – più liberale. A cosa corrisponde la carne salata? Al cunnilingus? Alla fellatio? Al more ferarum? E a cosa corrisponde quella lessa? Al pissing? alla irrumatio? E così via, in modo da riempire tutte le caselle vuote dello schema simbolico.

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Desiderio felice

goethe, selige sehnsucht

Non ditelo a nessuno, solo al sapiente,
giacché la plebe riderebbe di voi:
voglio cantare ciò che è vivente
e che desidera nella fiamma morire.

Nella frescura delle notti d’amore
in cui hai generato e fosti generato,
mentre silenziosa riluce la candela,
ti assale uno strano sentimento;

vorresti sfuggire alla prigionia
di quell’ombra oscura,
e ti lacera un desiderio nuovo
di nozze ancor più alte.

Nessuna lontananza ti rallenta,
giungi volando, ammaliata,
e infine, assetata di luce,
tu, farfalla, nel fuoco ti consumi.

E finché non ottieni questo,
questo: Muori e diventa!
sei solo un ospite afflitto
sulla terra oscura.

[Goethe, Divano occidentale-orientale, HA 2, 18-19]

Ardere è più importante che illuminare

tommaso

Come la lucerna non può splendere se non viene accesa con il fuoco, così non splende la lucerna spirituale se non arde e non si infiamma del fuoco della carità. E perciò ardere è più importante che illuminare, perché la conoscenza della verità è concessa unicamente attraverso la fiamma della carità.

Sicut lucerna lucere non potest nisi igne accendatur, ita lucerna spiritualis non lucet nisi prius ardeat et inflammetur igne caritatis. Et ideo ardor praemittitur illustrationi, quia per ardorem caritatis datur cognitio veritatis.

(Tommaso d’Aquino, Super Evangelium Ioannis, caput V, lectio 6)

La penombra

L’irragionevole terrore della penombra, gli alberi che si sfiorano mossi dal vento nel buio del crepuscolo che ormai è già notte, la paura di perdere nell’oscurità il tuo bene più prezioso: questo e altro nella meravigliosa poesia di Eichendorff, scritta all’apice del romanticismo tedesco (1812), nella musica strana e commovente di Schumann, nell’interpretazione praticamente perfetta di Dietrich Fischer-Dieskau. Qui la mia traduzione di servizio, e subito dopo l’insuperabile originale tedesco.

Il crepuscolo vuole stendere le ali,
gli alberi si sfiorano tremando,
le nuvole scorrono come sogni pesanti,
questo terrore, cosa vuol dire?

Se un capriolo ti è più caro degli altri,
non lasciarlo al pascolo da solo;
ci sono cacciatori nel bosco, suonano il corno,
si raccolgono e riprendono il cammino.

Se quaggiù hai un amico
non fidarti di lui in quest’ora:
amichevoli sono lo sguardo e le parole,
ma medita guerra, e la sua pace è inganno.

Ciò che oggi stanco tramonta
sorgendo rinascerà domani.
Molte cose si perdono nella notte:
sta’ in guardia, sveglio e lieto!

—–

Dämmrung will die Flügel spreiten,
Schaurig rühren sich die Bäume,
Wolken zieh’n wie schwere Träume –
Was will dieses Grau´n bedeuten?

Hast ein Reh du lieb vor andern,
Laß es nicht alleine grasen,
Jäger zieh’n im Wald’ und blasen,
Stimmen hin und wider wandern.

Hast du einen Freund hienieden,
Trau ihm nicht zu dieser Stunde,
Freundlich wohl mit Aug’ und Munde,
Sinnt er Krieg im tück’schen Frieden.

Was heut müde gehet unter,
Hebt sich morgen neu geboren.
Manches bleibt in Nacht verloren –
Hüte dich, bleib’ wach und munter!

 

La canzone del gelo

Nel 1983, poco prima di morire di AIDS, magrissimo e spettrale, il cantante rock Klaus Nomi presenta in concerto la sua versione, bellissima, della Canzone del Gelo dal King Arthur di Purcell (1691). Il demone del gelo, evocato a forza da Cupido, chiede di poter tornare alla morte e all’immobilità: e raramente come in questo video la sofferenza immaginaria dell’arte si sovrappone a quella, reale ed evidente, dell’interprete. Non sappiamo più se gli occhi sbarrati e le deboli braccia sollevate appartengano al Gelo o a Nomi, ed è un modo commovente di cancellare l’orrore della malattia reale facendolo passare per inganno dell’arte.

“Quale potere hai tu, che dal fondo mi hai fatto sorgere, controvoglia e lentamente, dal letto di una neve eterna! Non vedi quanto sono rigido, vecchissimo, inadatto a sopportare l’amaro freddo. Posso muovermi a malapena, a malapena respiro; lasciami, oh, lasciami gelare di nuovo, fino alla morte.”

What Power art thou,
Who from below,
Hast made me rise,
Unwillingly and slow,
From beds of everlasting snow!
See’st thou not how stiff,
And wondrous old,
Far unfit to bear the bitter cold.
I can scarcely move,
Or draw my breath,
I can scarcely move,
Or draw my breath.
Let me, let me,
Let me, let me,
Freeze again…
Let me, let me,
Freeze again to death!

Il bilancio finale

goethe-2017

 

 

 

 

Warum das Leben, das Lebend’ge hassen?
Beschaue nur in mildem Licht
Das Menschenwesen, wiege zwischen Kälte
Und Überspannung dich im Gleichgewicht;
Und wo der Dünkel hart ein Urteil fällte,
So laß ihn fühlen, was ihm selbst gebricht;
Du, selbst kein Engel, wohnst nicht unter Engeln,
Nachsicht erwirbt sich Nachsicht, liebt geliebt.
Die Menschen sind, trotz allen ihren Mängeln,
Das Liebenswürdigste, was es gibt;
Fürwahr, es wechselt Pein und Lust.
Genieße, wenn du kannst, und leide, wenn du mußt,
Vergiß den Schmerz, erfrische das Vergnügen.
Zu einer Freundin, einem Freund gelenkt,
Mitteilend lerne, wie der andre denkt.
Gelingt es dir den Starrsinn zu besiegen,
Das Gute wird im ganzen überwiegen.

(Goethe)